Il Presepe di Palazzo Reale

Fino a fine Ottocento il presepe oggi custodito a Palazzo Reale, noto come Presepe Reale o Presepe Savoia, apparteneva alla chiesa torinese di San Filippo Neri anche se gli esperti non sono certi sia stato realizzato per quella sede.

Alcuni studiosi infatti ritengono che il presepe sia stato commissionato dai Savoia intorno al 1814 al tempo dell’annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna.

A partire da inizio ‘900 il presepe, inizialmente ritenuto opera del Maragliano (1664-1739) e di altri maestri intagliatori (Ciurlo e Pittaluga) è passato di mano in mano per poi per fortuna diventare patrimonio comune.

Furono nel 1993 gli esperti Giulio Sommariva e Giuliana Biavati – come spiegato nel sito http://palazzorealegenova.beniculturali.it/il-presepe-del-re/ di palazzo Reale – ad identificare con certezza l’autore nella figura di Giovanni Battista Garaventa (1770-1840), artista di formazione accademica, attivo soprattutto come intagliatore di casse processionali e immagini sacre, come restauratore di antiche sculture e modellatore di apparati decorativi ed effimeri che dà qui prova di saper utilizzare un linguaggio colto e raffinato, di grande efficacia e piacevolezza compositiva.

Dallo stesso sito riporto pari pari, poichè sarebbe presuntuoso aggiungere altro, la puntuale descrizione del capolavoro composto da 85 strepitose statuine lignee di dimensione compresa fra i 40 e i 70 cm, minuziosamente decorate:

“Regale nell’ampiezza ed eccezionale nelle sue componenti: la Sacra Famiglia ne costituisce naturalmente il nucleo centrale, insieme agli angeli, ai tre sontuosi magi, agli armigeri e ai soldati.  Ogni statuina è impreziosita da eleganti ed elaborati costumi in seta, cotone, velluto, tela jeans. Gli abiti sono inoltre caratterizzati da passamanerie in argento e filo d’oro, corpetti e armature in cuoio e metallo argentato che fanno d’ogni personaggio un piccolo capolavoro. E il tutto è qualificato da accessori sofisticati: corone e sciabole, lance e scudi in metallo sbalzato, catene e cinture in cuoio, utensili e attrezzi che indicano una committenza di altissimo rango e di cospicue disponibilità economiche. Qualità e mestiere nelle parti scolpite si apprezzano sia nei pastori che nei popolani d’ambo i sessi, con una varietà di intonazioni, un gusto spiccato per il dettaglio di pregio, una forza plastica di impostazione classica che trova riscontri anche nel variopinto serraglio formato, oltre che dal bue e dall’asinello, dai tre magnifici cavalli dei magi, da due esotici cammelli e, poi, come da tradizione, da mucche e pecore, capre e montoni”.

In Copertina: Foto di Mario Ghiglione

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Foto Mario Ghiglione
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto Mario Ghiglione
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.

Il Presepe e le Natività in San Lorenzo

 La Cattedrale di San Lorenzo non finisce mai di stupire e regala sempre piccole e grandi sorprese. Visto che siamo in tema natalizio ecco che sullo stipite sinistro del portale centrale nel fregio verticale la terza partendo dal basso delle scene rappresenta una splendida Natività del XIV sec.

Gli altri episodi della vita di Gesù descritti sono: l’Annunciazione, la Visitazione, la Natività appunto, l’Epifania, la Presentazione al tempio, la Strage degli Innocenti e la Fuga in Egitto.

“Il fregio verticale sullo stipite sinistro decorato con gli episodi della vita di Gesù “.

“Particolare con la Natività “.
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“L’imponente gruppo marmoreo”.

 La ricerca prosegue all’interno della chiesa, dove s’incontra un imponente gruppo marmoreo bianco di artista ignoto con Bambino, Giuseppe, Maria e pastore in atto di omaggio, noto come la Natività di San Lorenzo.

Imperdibile infine anche il Presepe storico con figure lignee napoletane (XVIII sec.) in abiti finemente addobbati dono del Maestro Mario Porcile (regista e direttore artistico di balletto italiano 1921-2013).

“Foto di Marcello Lusana”.
“Foto di Marcello Lusana”.

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“Foto di Marcello Lusana”.

In copertina: il presepe napoletano in San Lorenzo. Foto di Marcello Lusana.

La Galleria Dorata

Poco prima di morire Lorenzo De Ferrari realizzò nel palazzo Cataldi Carega, o Tobia Pallavicino dal nome del suo primo proprietario, sede oggi della Camera di Commercio di Genova, i suoi più apprezzati capolavori: la cappella adibita a custodire la Madonna Carrega del Puget e la galleria Dorata, ambienti entrambi noti per via della loro stupefacente opulenza.

Nella galleria, in particolare, non c’è un solo centimetro che non sia, con l’aiuto del collega Diego Francesco Carlone, sfarzosamenre decorato dal Maestro.

Tale spazio collocato a chiusura della struttura settecentesca del palazzo, rappresenta infatti lo stato dell’arte del Rococò genovese.

Fu interamente ideata da Lorenzo che impiegò un decennio fra il 1734 e il 1744 per dare forma al suo grandioso progetto di fondere insieme stucchi dorati, specchi ed affreschi, in una sublime commistione di arti e competenze diverse.

La galleria ultima sua opera prima di morire costituisce in un tripudio di vertiginosa bellezza l’eredità, la summa dell’artista.

L’intero ciclo decorativo è ispirato alle storie di Enea; nel medaglione centrale della volta e nei tondi su tela vengono svolti gli episodi più importanti dell’Eneide.

Sull’ovale della volta è raffigurato il Concilio degli dei, con Venere, madre di Enea al cospetto di Giove.

Nelle due grandi lunette sono rappresentati, lo Sbarco di Enea e Enea e Venere, mentre i quattro tondi laterali sono dedicati agli episodi della fuga da Troia, di Enea e Didone, di Venere commissiona a Vulcano le armi di Enea e della sconfitta di Turno.

La Grande Bellezza…

In copertina: la Galleria Dorata di Lorenzo De Ferrari. Foto di Stefano Eloggi.

Il Presepe In Santa Caterina di Portoria

Provenienti dal convento dei Cappuccini di Sarzana nell’auditorio della chiesa genovese di Santa Caterina di Portoria è esposto un antico e splendido esempio dell’arte presepiale della nostra città.

Accanto a pregevoli sculture settecentesche come quelle del corteo dei magi se ne affiancano altre di origine e fattura più modesta, intagliate dagli stessi cappuccini verso la fine del XIX secolo.

L’idea ispiratrice di questo presepe è il concetto di “luce”. La scena in bianco e nero che rappresenta anche il contrasto fra il bene e il male è illuminata dalla nascita di Gesù avvolto di contro una luce potente; davanti a lui è raccolta tutta l’umanità attraverso alcune figure rappresentative. In primo piano, troviamo i personaggi che si sono già lasciati illuminare, fra cui due persone di diverso colore che si accolgono reciprocamente. Più indietro un gruppo di soldati e la folla, intenta alle attività futili della vita. La figura del mendicante, caratteristica del presepe genovese, contrasta con lo sfarzo del magnifico corteo dei Re magi. I due magi bianchi sono presentati già in adorazione, mentre il mago moro è ancora in cammino con il suo ricco seguito.

Infine ma non ultima un’altra peculiarità rende unico questo presepe: la singolare rappresentazione della natività che non prevede la Sacra Famiglia al completo ma solo il Divin Bambino.


Il Presepe di cera

Si tratta senz’altro, custodito presso l’Accademia Ligustica delle Belle Arti, di uno dei presepi più particolari della città. Particolare sia per via delle sue minuscole dimensioni che per il materiale, la cera, con cui è realizzato.

Una miniatura talmente delicata e preziosa da essere stata inizialmente creduta in avorio come risulta dall’inventario del 1874 anno in cui il collezionista Antonio Merli la donò all’Accademia.

Autore di questo prodigio di raffinata tecnica è l’artista bavarese di origine italiana Johann Baptist Cetto ( 1671 – 1738) specializzato nella rappresentazione di scene sacre tratte dalla Bibbia.

Le minuscole statuine in rilievo (mm 84 x 62 x 16) sono racchiuse in una raffinata ed elegante cornice d’ebano e filigrana d’argento.

La Grande Bellezza…

“… andò a stare a Genova…”

“Da parecchio tempo eravamo intesi con l’amico Doro che sarei stato ospite suo. A Doro volevo un gran bene, e quando lui per sposarsi andò a stare a Genova ci feci una mezza malattia. Quando gli scrissi per rifiutare di assistere alle nozze, ricevetti una risposta asciutta e baldanzosa dove mi spiegava che, se i soldi non devono neanche servire a stabilirsi nella città che piace alla moglie, allora non si capisce più a che cosa devano servire. Poi, un bel giorno, di passaggio a Genova, mi presentai a casa sua e facemmo la pace. Mi riuscì molto simpatica la moglie, una monella che mi disse graziosamente di chiamarla Clelia e ci lasciò soli quel tanto ch’era giusto, e quando alla sera ci ricomparve innanzi per uscire con noi, era diventata un’incantevole signora cui, se non fossi stato io, avrei baciato la mano”.

Cit. Incipit da “La Spiaggia” di Cesare Pavese romanziere (1908 – 1950).

In copertina: il porto dal battello. Foto di Stefano Eloggi.

Piazza Sant’Elena

Senza nulla togliere allo scatto del fotografo vedere piazza Sant’Elena deserta a quelli della mia generazione fa un po’ impressione.

Infatti la piazzetta che deve il suo nome all’omonimo scomparso oratorio di Sant’Elena si affaccia su via Gramsci e dal secondo dopoguerra fino ai primi anni ’90 ospitava il frequentatissimo mercatino di Shangai dove si poteva trovare veramente di tutto, dall’abbigliamento all’elettronica, ai generi di contrabbando ed ogni altro tipo di merce.

Non bastano nei giorni di maggiore afflusso di avventori i tavolini dell’attigua trattoria dell’Acciughetta per lenire la nostalgia del passato.

Mentre scrivo mi sembra di ascoltare ancora il vivace e colorito proporre le proprie mercanzie e il contrattare dei venditori che animavano la piazzetta.

Momenti di vita quotidiana dell’angiporto immortalati anche in una scena in bianco e nero del film “Au dela des Grilles”, ovvero in italiano “le Mura della Malapaga” del 1949 di Renè Clement in cui alle spalle del protagonista Pierre interpretato da Jean Gabin un commerciante vende una saponetta ad un cliente.

Per fortuna gli allegri colori di alcuni edifici della piazza in contrasto con il grigio della pietra mantengono vivido lo sbiadito ricordo in bianco e nero del tempo che fu.

La Grande Bellezza…

In copertina Piazza Sant’Elena. Foto di Stefano Eloggi.

“La Superba è comparabile ad una bella donna…”

“Genova dovrebbe fungere d’intermediaria tra la Germania e l’Italia; è un passaggio dall’ideale al reale, da una vita d’immaginazione al benessere fisico. Non è più lo sfacelo e la negligenza di cui si è stati testimoni in molte parti d’Italia: tutto è pulito e ben costruito. Ma nulla è pittoresco, e gli occhi, ancora pieni dell’armonia di un colorito indefinibile e del tutto particolare al Sud, sono sgradevolmente colpiti alla vista dei colori sgargianti di cui ci si serve per dipingere le case, molto spesso variopinte di rosa, di verde, di giallo e di un certo bruno cannella dagli effetti orribili. Alla periferia, le case di campagna sono talmente fitte da formare una specie di sobborgo verdeggiante: tutto annuncia l’opulenza e la ricchezza di una città commerciale.

Genova la Superba è comparabile a una bella donna sprovvista di fisionomia: la si ammira ma più la si guarda, meno piace. Sarebbe difficile dare la spiegazione di questa impressione; la città è bella, i palazzi magnifici, il sito, senza essere pittoresco, è per lo meno rimarchevole, vi è molto movimento: ma è una vivacità puramente commerciale, non è più il regno dell’immaginazione e delle arti, tutto è calcolato e rivolto all’aspetto pratico della vita”.

Cit. DVoyage d’Italie, 1899. Anna Tyszkiewicz, nota anche come Anna Potocka (1776 – 1867), contessa e scrittrice polacca.

In copertina: palazzata del porticciolo di Nervi. Foto di Stefano Eloggi.

Santa Maria in Passione

Percorrendo la salita che costeggia sulla sinistra la Basilica di Santa Maria di Castello si giunge alla piazzetta di Santa Maria in Passione in cui si staglia l’omonima chiesa.

A 75 anni dalla fine del conflitto mondiale trovare dei ruderi e delle ferite così devastanti fa tuttora impressione.

L’edificio quattrocentesco costruito su pertinenze medievali degli Embriaci ospitava una comunità di monache agostiniane ed era parte di un più ampio spazio conventuale.

Nel ‘600 fu oggetto di una significativa ristrutturazione in chiave barocca che coinvolse alcuni degli esponenti più importanti fra gli artisti genovesi.

Purtroppo però gli affreschi di Valerio Castello, Gio Andrea Carlone, Lazzaro Tavarone e Domenico Piola, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, sono andati perduti.

A vago ricordo della bellezza delle decorazioni rimangono le opere di Aurelio Lomi e Domenico Fiasella conservate presso la Soprintendenza e l’Istituto Arecco.

Con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi la struttura venne utilizzata come stalla e solo a partire dal 1818, al tempo dei Savoia, recuperò la sua primitiva funzione ospitando le Canonichesse Lateranensi.

Ma le vicissitudini della chiesa non finirono qui poiché nel 1889, a seguito di una nuova soppressione degli ordini religiosi del Regno d’Italia, il complesso venne convertito in caserma per le guardie civiche prima, della Guardia di Finanza poi, dell’Omni (Opera nazionale maternità e infanzia) infine.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale la zona rimase completamente abbandonata fino al parziale recupero, in un più ampio progetto, dell’architetto Ignazio Gardella negli anni ’70.

Dal 2014 il sito archeologico di Santa Maria in Passione ospita nei suoi giardini il parco culturale urbano della Libera Collina di Castello, luogo d’incontro e scambio tra artigiani, artisti, studenti e residenti.

La chiesa sconsacrata e completamente sventrata è stata dotata, nella zona absidale, di una copertura posticcia per preservare dagli agenti atmosferici quel che resta degli antichi decori.

Rimane in piedi a ricordo di una storia da non dimenticare, il campanile ultimo testimone di quanto ho raccontato.

In copertina: Santa Maria in Passione. Foto di Stefano Eloggi.

San Marcellino

La chiesa di San Marcellino, sita nell’omonima piazza, guadagna il suo spazio senza tempo fra via del Campo e via Gramsci regalandoci inusitate atmosfere.

Come per altri edifici religiosi del litorale, legati all’ospitaggio delle crociate, si fa risalire la nascita della chiesa al IV sec. d. C.

Secondo la tradizione infatti una chiesuola, soggetta alla giurisdizione della cattedrale di San Lorenzo, fondata in quella contrada dal clero milanese in fuga dalla loro città invasa dai Longobardi, sarebbe già esistita da tempi remoti.

Nel 1023 il Vescovo Landolfo ne fa per la prima volta menzione scritta citandola fra le pertinenze dell’abbazia di San Siro.

Nel corso dei secoli successivi la chiesa, dopo i restauri voluti da Giovanni Battista Cybo, è rimasta nella sfera d’influenza della famiglia del futuro (con il nome dal 1484 di Innocenzo VIII) Papa.

L’edificio che non presenta né opere d’arte, né arredi di particolare pregio perse la sua originaria intitolazione a vantaggio dell’omonima chiesa costruita in forme moderne nel 1936 in via Bologna nel quartiere di San Teodoro.

Fu Don Luigi Orione a tentare di recuperarne nel 1939 il valore storico e l’antico spirito. L’intento era quello di farne un luogo d’incontro e assistenza per i marinai che sbarcavano nel porto proprio come avvenuto ai pellegrini e ai crociati nel millennio precedente.

Purtroppo l’imminente scoppio del conflitto mondiale vanificò il nobile progetto. L’idea di Don Orione non è andata comunque perduta perché sulle macerie fisiche e morali della guerra il sacerdote gesuita Paolo Lampedosa con l’appoggio appunto dell’Opera Don Orione istituì nella chiesa l’associazione “la Messa del Povero”.

Tale iniziativa si prefiggeva di aiutare poveri, profughi, sfollati e in genere tutti gli emarginati.

Dal 1988 l’associazione nel frattempo mutata in San Marcellino si è trasferita nella vicina via Ponte Calvi proseguendo la millenaria vocazione assistenziale dell’omonima chiesa.

La Grande Bellezza…

In copertina: Chiesa e piazza di San Marcellino. Foto di Stefano Eloggi.