Ogni regione italiana affacciata sul mare presenta in tavola la propria versione della zuppa di pesce. Forse il caciucco livornese, il brodetto alla vastese abruzzese o quello fanese marchigiano e il ciambotto pugliese ne costituiscono gli esempi più conosciuti.
In Liguria esistono addirittura due preparazioni di zuppa di pesce: il Ciupín (o Ciuppín) e la Buridda che differiscono sostanzialmente solo per l’aggiunta di carciofi o piselli nel caso della buridda e per la consistenza dell’intingolo, più simile nel Ciupín, ad un passato.
Il termine ciupin desunto dall’ ispano americano “chupín” sta ad indicare infatti cibo a base di patate, pomodoro e pesce, cotto nel vino bianco che, a sua volta, deriva dal verbo “chupar” succhiare, sorbire.
Il vocabolo Buridda invece deriva addirittura da un termine dellalingua araba che può essere tradotto come “pezzi” o “pezzetti“. Difatti, il pesce nella Buridda Ligure è presente in piccoli bocconi.
La mia zuppa di pesce. Foto e preparazione dell’autore
Tornando al Ciupín guarda caso i paesi dove questa preparazione è assai nota sono proprio Argentina e Uruguay, terre in cui l’incontro degli emigranti genovesi con le popolazioni locali ha prodotto un reciproco influsso e arricchimento sia culturale che gastronomico.
Curioso poi che da questi territori questo cibo si sia diffuso più a nord in California dove il Ciupín o cioppino, originario proprio della comunità di pescatori liguri che a partire dalla seconda metà del ‘Ottocento frequentavano la baia di San Francisco, sia diventato piatto tipico.
Infatti nostante si creda che cioppino, il termine usato per indicare il piatto negli States, provenga dal termine inglese “chip-in“, che significa “contribuire” e che veniva utilizzato dai pescatori di San Francisco quando elemosinavano il cibo, la parola deriva in realtà dal ligure “ciuppìn“, che può indicare al contempo una “piccola zuppa” oppure il tagliare a pezzetti degli avanzi di cibo che servivano a preparare lo stufato.
La ricetta originale del ciuppin ligure prevede: scorfani, gallinelle, rane pescatrici, gronghi, seppie e crostacei insaporiti con pomodori, cipolle, aglio, vino, e prezzemolo tritato. Il piatto viene in genere servito con gallette del marinaio o del pane abbrustolito.
Nella versione di San Francisco, il cioppino è uno stufato di pesce e salsa di pomodoro ricavato con il pescato del giorno, fra cui granchi, vongole, gamberi, capesante, cozze, calamari e pesci della costa del Pacifico, condito con pomodori freschi e salsa di vino. Anche qui Il cioppino può essere accompagnato con pane tostato o con una baguette. Durante la preparazione, i frutti di mare sono cotti nel brodo e serviti ancora nel guscio.
Pesci di scoglio misti: un chilo
Un bicchiere d’olio extra vergine d’oliva
Un ciuffo di prezzemolo
Una cipolla media
Due acciughe salate
Tre pomodori perini maturi
Un bicchiere di vino bianco secco
Sale
Quattro fette di pane casereccio
In Copertina: Il Ciupín. Foto tratta da Zenet Zeneixi e liguri nel mondo.
Alle spalle di Canneto il Curto si incontrano le due piccole piazzette medievali della Stampa e dei Luxoro che hanno in comune altrettante cinquecentesche logge.
Il cognome Luxoro deriva dalla località di provenienza Lusuolo, feudo dei Malaspina in Lunigiana, al confine tra Liguria e Toscana.
Stefano fu consigliere della Repubblica nel 1368; Antonio anziano nel 1369 e 1382. Furono ascritti nei Calvi nel 1528 con la riforma degli Alberghi.
La loggia dei Luxoro è composta di due arcate in pietra a tutto sesto con al centro una colonna romana in granito molto simile a quella della Stampa.
Il capitello con i quattro leoni. Foto di Leti Gagge.
Il capitello del XII secolo raffigura quattro leoni che si inseguono tenendosi per la coda.
Orribile la chiusura con imponenti porte in ferro a protezione di magazzini e garage.
In Copertina: la loggia dei Luxoro ripresa sa Vico Fornetti. Foto di Leti Gagge.
La Lanterna ha due volti. Uno per noi che la vediamo ogni giorno: un volto serio grave buio, e quindi il simbolo, il monumento, la lunga anima di una città e di un popolo.
Il momento in cui il tempo si ferma per incontrarli tutti, per riviverli assieme o almeno fieramente ricordarli.
Uno per quelli che vivono ed hanno vissuto sul mare.
E allora è la casa, la patria, una mano tesa, un fazzoletto agitato, il primo segno della tua famiglia che aspetta. Una luce nella notte, che nasce dal mare e ti grida: vieni, corri; qui c’è la tua casa, qui c’è la tua famiglia, qui c’è il tuo focolare con un caldo ceppo che brucia incensando la gioia dei secoli.
La sua forza è questa, non voler restare solo un simbolo, anche se la parola simbolo per lei si arricchisce di poesia, né essere un logo, un’icona, non è più neanche un monumento, è la lunga anima di un popolo nel quale i genovesi si riconoscono. Una somma di immagine e di sentimento.
Vito Elio Petrucci. (Genova 27 aprile 1923 – Genova, 17 maggio 2002) è stato un poeta, giornalista e commediografo italiano.
In Copertina: La Lanterna all’imbrunire. Foto di Marco Dorigo.
Non si sa se l’origine del nome “Carabaghe” ovvero il calarsi le braghe di popolare memoria sia dovuta alla vocazione erotica del quartiere oppure se sia legata all’etimo della vicina Salita del Prione dove, a far calare le braghe, erano invece i predoni. Secondo alcuni storici infatti il toponimo del prione deriverebbe dal latino barbaro “Predoni Castri”, poi “Montata Castri” che stava ad indicare la pericolosità del luogo, in mano ai briganti.
Quasi sicuramente invece l’interpretazione corretta del toponimo del vicolo deriva dal cinquecentesco utilizzo di piccole catapulte, denominate appunto “calabrage”, che servivano per lanciare sul nemico, oltre le mura, sassi di piccole dimensioni.
Gli strumenti bellici venivano quindi, data la vicinanza a Porta Soprana, ricoverati nell’attiguo caruggio che perciò ne assunse il nome, mutato nel tempo, in “carabaghe”.
In Copertina: Vico Carabaghe. Foto di Maria Beatrice.
I funzionari preposti decisero così con scarsa fantasia di scegliere il nuovo toponimo in relazione alle ristrette dimensioni del caruggio.
Vico Sottile infatti non sarà stretto come Vico delle Monachette o Vico della Luna che detengono il primato in materia, ma le sue ridotte misure ne giustificano comunque l’intitolazione.
Un tempo gli alberi di agrumi non erano patrimonio solo delle riviere.
La presenza di piante di arance e limoni, a confermare l’origine agreste di alcune contrade cittadine, era infatti documentata anche nel centro storico.
Terreni coltivati a orto o adibiti a giardino come il caso di vico dell’Arancio il cui toponimo rimanda a questa antica vocazione antecedente l’estensione delle aree urbanizzate.
Piccolo gioiello in tale senso resta il giardino, anche agrumeto, di Santa Maria di Castello.
Il giardino del chiostro di Santa Maria di Castello. Foto di Stefano Eloggi.
Nel catasto del 1798 il vico dell’Arancio era indicato nella forma dialettale di Vico del Citrone (çetrón, ovvero limone in lingua genovese).
In un atto del 1572 in cui si delibera il rifacimento della pavimentazione di Via Luccoli si legge: “dal carrogio de Cetroni a Santa Caterina”.
Un mondo fatto di abbandono, trascuratezza e disamore purtroppo per la propria città.
Capita così che il portale in marmo bianco del civ. n. 8 sia trasandato.
Le colonne doriche e lo stemma abraso, oltre al degrado e alla sporcizia, subiscono l’onta dei gradini consunti e, soprattutto, dell’antistante sede stradale sconnessa con lastre di pietra addirittura divelte.
In Copertina: Il portone del civ. n. 8 di vico Denegri. Foto di Giovanni Cogorno.
Al civ. n. 17 di vico Denegri si trova una delle più antiche osterie di Genova e d’Italia.
Una volta si chiamava Osteria della Colomba ed era una delle più frequentate della zona portuale.
Qui la notte del 3 febbraio 1834 pernottò Giuseppe Garibaldi in procinto di dichiarare, prevista per il giorno dopo, l’insurrezione popolare.
Smascherato il suo proposito riuscì, sfuggendo alla cattura grazie all’aiuto dell’ostessa Caterina Boscovich, a riparare nella natia Nizza in attesa di tempi migliori.
La taverna, come amano chiamarla i suoi avventori abituali, nel secolo scorso per decenni era nota, dal nome del suo istrionico proprietario, come Osteria Picetti.
Per noi ragazzi in quegli anni ’90 era una tappa d’obbligo per ascoltare musica dal vivo e soprattutto sorseggiare il baxeichito.
Il baxeichito è un cocktail a geniale imitazione del celebre mojito cubano dal quale si differenziava per la sostituzione della menta con il basilico.
– 5 cl Rum bianco – 2.5 cl succo di lime – 2 cucchiaini di zucchero di canna – 5/6 foglie di basilico – acqua gasata (o acqua di Seltz o soda).
Foto di Francesco Pizzetti.
Scomparso Gigi il 7 dicembre scorso il compito di portare avanti la tradizione dell’Ostaia de’Banchi spetta ai due nuovi timonieri Stefano e Sergio.
“E desgrazie son de lungo pronte comme e töe de ostaie”. Proverbio Genovese.
In Copertina: interno dell’Ostaia. Foto di Armando Farina.
Per raccontare questo semplice piatto sconfino nello spezzino dove gli sgabei costituiscono, sia nella Val di Magra che nella Lunigiana, una pietanza povera e tradizionale.
Gli sgabei sono delle soffici frittelle di pasta di pane lievitata. Si possono gustare al naturale o farcite e/o accompagnate con formaggi e salumi.
Da non confondersi con i panigacci da cui questi ultimi differiscono per il tipo di cottura in appositi testi, secondo i puristi gli sgabei vanno serviti tagliati a striscioline.
Sgabei. Foto di Armando Pittaluga.
Nati come antipasto vengono proposti anche come aperitivo o reinventati, imbottiti di cioccolata o crema pasticcera, come dolce.
Sgabei pronti da cuocere. Foto e preparazione di Sara Drovandi.
Pasta di pane lievitata 500 gr.
Olio extravergine d’oliva
Foglie di salvia (opzionale)
Sale
Impastate la pasta con l’olio. Formatene dei pezzetti grossi come noci e allargateli con le dita creando delle vere e proprie striscioline. Sopra ognuno di essi andate a porre delle foglie di salvia, premendole un poco. Noi vi proponiamo questa versione che prevede la salvia, ma la tradizione rimanda anche a sgabei frittelle di pasta al naturale. A questo punto rimettete a lievitare per circa un’ora. Friggete in olio caldo e salate, successivamente.
In Copertina: Sgabei. Foto e preparazione di Sara Drovandi.