I tesori di San Donato…

Nel cuore della città vecchia, a pochi passi sia dalla zona di San Lorenzo e del palazzo Ducale che della piazza delle Erbe, quasi nascosta fra gli edifici e le logge medievali, si incontra l’antica chiesa di San Donato.

Venne eretta nell’XI sec., probabilmente sulle basi di una più antica cappella preesistente del VII sec., per onorare  la figura del vescovo martire aretino Donato. In zona infatti era a quel tempo forte la presenza di una comunità assai fiorente di mercanti provenienti da Arezzo, dediti al commercio di metalli, di spezie, di stoffe e di derrate alimentari.

Attorno al 1160 vantava già il titolo di parrocchia e nel 1189, grazie all’arcivescovo Bonifacio che ne era stato prevosto, venne consacrata ed affidata alla collegiata dei canonici.

San Donato ricoprì un ruolo importante anche nell’ambito civile visto che fu una delle sedi in cui si riunivano i consoli dei placiti per deliberare le loro sentenze e che fu una delle chiese sul cui portale furono affissi gli anelli delle catene di Portopisano, prestigioso bottino di guerra a ricordo della vittoria sui pisani.

Come ricordato da apposita lapide sul portale la parrocchia venne fregiata della facoltà di indire messa in regime di “Indulgentia plenaria”, garantendo l’assoluzione ai crociati e non solo, di ritorno dalla Terrasanta.

"La torre nolare del campanile di San Donato".
“La torre nolare del campanile di San Donato”.

Come altri edifici della zona San Donato subì gravi danni in seguito al bombardamento di Re Sole del 1684 e soprattutto di quelli del 22 ottobre e del 6 novembre del 1942 e del 4 settembre 1944 durante la seconda guerra mondiale.

Legata alle vicende della parrocchia e soprattutto a quelle della città è la presenza di una lapide su un moderno palazzo di Vico Biscotti dove un tempo sorgeva l’attiguo oratorio della Morte e della Misericordia eretto nel 1637 per volere della potentissima Arciconfraternita della Morte che si occupava di dare cristiana e decorosa sepoltura ai meno abbienti: le pesti e i morbi che decimavano la popolazione infatti erano frequenti e non tutti potevano permettersi un dignitoso funerale.

La chiesa di San Donato ancora oggi è nota ai genovesi per il suo singolare campanile ottagonale e per la sua sontuosa edicola barocca opera del Casella meglio noto, per il suo carattere irascibile e rissaiolo, come lo “Scorticone”.

"L'edicola barocca di Domenico Fiasella".
“L’edicola barocca di Gian Domenico Casella”.
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La Madonna del Latte di Barnaba da Modena.

Ma è al suo interno che cela i suoi tesori più preziosi: oltre ad un crocifisso proveniente dalle crociate, ad una statua lignea processionale della Madonna del Carmine, ad un’altra statua di Madonna col bambino del Casella e alla celebre trecentesca Madonna del Latte di Barnaba da Modena, nella cappella dei falegnami di San Giuseppe sono presenti tre straordinari capolavori oggetto di visita e ammirazione soprattutto da parte di turisti stranieri ammaliati dalla loro bellezza:

Il trittico dell’Adorazione dei Magi opera del 1515 di Joos Van Cleve artista fiammingo assai stimato in tutta Europa, la trecentesca Madonna con bambino capolavoro di Nicolò da Voltri assolutamente degna dei maestri senesi dai quali trasse ispirazione e una secentesca Sacra Famiglia, commissionata a Domenico Piola dalla Confraternita dei falegnami, la cui singolarità consta nel fatto che Gesù non è in braccio alla Vergine ma a Giuseppe.

"Madonna con bambino di Nicolò da Voltri".
“Madonna con bambino di Nicolò da Voltri”.

 

"L'adorazione dei Mafi" di Joos Van Cleve.
“L’adorazione dei Magi” di Joos Van Cleve.

 

"Sacra famiglia" di Domenico Piola.
“Sacra Famiglia” di Domenico Piola.

 

“Documento del Battesimo di Paganini del 28 ottobre 1782”.

Ultima  curiosità, proprio di fronte al polittico, il certificato di battesimo di Niccolò Paganini, sacramento ricevuto dal musicista nella vicina chiesa di S. Salvatore.

A differenza del cavallo del popolare proverbio a San Donato val la pena di “guardare in bocca”…

La Croce degli Zaccaria…

Nella cripta del Museo della cattedrale di S. Lorenzo è custodito uno dei più importanti gioielli del mondo occidentale; un manufatto di inestimabile valore storico, religioso, gemmologico e simbolico. Si tratta della Croce degli Zaccaria, così chiamata dal nome della nobile famiglia genovese che a lungo, prima di donarla al capitolo di S. Lorenzo, ne ebbe la proprietà.

La croce venne commissionata nel IX sec. da Bard, fratello dell’imperatrice madre Teodolinda, per conservare adeguatamente due sacri frammenti della Vera Croce raccolti da San Giovanni Evangelista in persona sui quali, secondo la tradizione, Gesù avrebbe poggiato il capo.

La preziosa reliquia venne donata dal futuro imperatore alla basilica di Efeso, la più importante chiesa cristiana d’Oriente e custodita, su disposizione dell’arcivescovo Ciriaco, all’interno di una sfarzosa teca d’oro.

Nella seconda metà del ‘200 il vescovo Isacco, preoccupato per lo stato di cattiva conservazione della croce, la fece restaurare conferendole l’odierno aspetto di stauroteca (contenitore a forma di croce di reliquie sacre): la parte anteriore è costituita da una lamina d’oro, decorata con pietre preziose e con al centro le due sacre schegge, l’impugnatura invece, sempre di pregiata manifattura bizantina, risale al XV sec.

Il retro reca una scritta in greco che recita: “Questa sacra custodia Bard fabbricò e Isacco arcivescovo rinnovò perché logora”. Alle quattro estremità dei bracci sono raffigurati insieme ai loro monogrammi in alto Cristo pantocratore, al centro la Vergine e ai suoi lati a destra l’arcangelo Gabriele, a sinistra l’arcangelo Michele, in basso San Giovanni Crisostomo.

Nel 1304 i Turchi selgiuchidi saccheggiarono la basilica depredandola di ogni ricchezza, croce compresa.

"Una delle sale della cripta del Museo di S. Lorenzo".
“Una delle sale della cripta del Museo di S. Lorenzo”.

Fu Manuele, signore di Focea e potente esponente della casata degli Zaccaria, erede di quello straordinario ammiraglio che fu Benedetto (fondatore della marina militare castigliana, riorganizzatore di quella francese ed eroe della Meloria) che la riacquistò dagli infedeli in cambio di un’ingente partita di grano.

Solo quattro anni dopo, la notte di pasqua del 1308, un manipolo di avventurieri catalani al comando del terribile condottiero Muntaner razziarono la chiesa di Focea alla quale era stata affidata la custodia della croce e se ne impadronirono. Teodisio, figlio di Manuele lo stesso anno, assediati i pirati nell’isola di Taso, ne ottenne la restituzione. Gli Zaccaria di Focea continuarono a tramandarsi il sacro reliquiario fino al 1380, anno in cui Centurione Zaccaria la donò alla Cattedrale di Genova. Da allora venne portata in processione insieme alla celebre arca del Corpus Domini, anch’essa custodita nella cripta del museo di S. Lorenzo, in occasione dell’omonima ricorrenza e, soprattutto, utilizzata per la benedizione durante la cerimonia del Doge entrante.

"La Croce degli Zaccaria nella sua scenografica collocazione museale".
“La Croce degli Zaccaria nella sua scenografica collocazione museale”.

Gli Zaccaria, i Dogi, la gloriosa Repubblica non ci sono più ma la Croce, testimonianza tangibile di una devozione secolare, benedice ancor oggi l’insediamento dell’arcivescovo di Genova simboleggiando il duplice valore civile e religioso della sacra reliquia.

In Copertina: La Croce degli Zaccaria. Foto di Giovanni Caciagli.

Storia del Maestro… e il legno prende vita e forma…

Nasce a Genova nel 1664 il più grande scultore del suo tempo. Entra giovanissimo, in qualità di apprendista, nella bottega dello zio Gio Batta iniziando a copiare le opere del Bissone.

A soli ventiquattro anni il Maragliano possiede già una bottega tutta sua sita in Via Giulia (attuale Via XX Settembre) e diviene maestro indiscusso delle sculture lignee.

La sua scuola produrrà casse processionali, crocifissi, sculture sacre in tutta la Liguria ma la sua fama varcherà i confini della Repubblica esaudendo commesse per diverse città spagnole, Cadice e Siviglia in particolare.

oratorio di S. Agostino Savona incoronazione di spine
“Oratorio dei SS. Agostino e Monica in Savona. Cassa processionale della incoronazione di spine”.

 

Grande amico del pittore Domenico Piola che aveva il suo studio nella poco distante Salita San Leonardo, incontra e apprezza il concittadino Filippo Parodi e il marsigliese Pierre Puget, anch’essi scultori di prim’ordine.

Come il Piola nella pittura e il Parodi nel marmo, Anton Maria rivoluziona l’arte del legno anticipando gli stilemi del Barocco genovese.

Fra le innumerevoli opere, quelle forse più care e note ai genovesi, sono le statuine del presepe e la celeberrima Pietà, entrambe custodite nel Santuario della Madonnetta.

"Particolare del presepe".
“Particolare del presepe”.

 

Dopo oltre cinquant’anni di arte sacra portata ai massimi livelli Maragliano, di ritorno da uno dei suoi frequenti viaggi in Spagna, nel 1739 si spegne nella sua Genova. A raccoglierne la preziosa eredità artistica, oltre ai discepoli della sua bottega Agostino Storace e Pietro Galleano, sarà l’allievo di quest’ultimo Pasquale Navone, il vero continuatore della feconda tradizione scultorea genovese.

 

"Cristo bianco in San Bartolomeo degli Armeni".
“Cristo bianco in San Bartolomeo degli Armeni”.

 

 

Storia di una Sentenza…

Nel 1506 in località Isosecco una frazione di Serra Riccò un ignaro contadino di nome Agostino Pedemonte, zappando nel proprio terreno, rinviene una tavola bronzea dalle incisioni sconosciute. Si tratta della “Sentenza dei fratelli Minucii” risalente al 117 a.C., il più antico documento scritto relativo alla storia della città.

Dopo aver rischiato di essere fusa da un fabbro la tavola viene, su interessamento dell’Arcivescovo Agostino Giustiniani che ne riconosce l’importanza, acquistata dalla Repubblica. Inizialmente murata in cattedrale vicino alla cappella di San Giovanni, viene trasferita a palazzo Ducale prima e a palazzo Tursi nell’ufficio del sindaco poi. Dal 1993 costituisce il pezzo forte della collezione del Museo di archeologia Ligure di Pegli.

I fratelli Minucii erano discendenti del console Quinto Minucio Rufo colui il quale, a partire dal 197 a.C., poco dopo la ricostruzione della città (203 a. C), aveva impiantato a Genova la base militare per le campagne contro i Galli Boi e le tribù dell’interno.

La sentenza si pronuncia in merito a disaccordi fra due importanti comunità liguri, quella dei “Genuates”, da tempo ormai associati a Roma e quella “Langates”, tribù dei Viturii.

Causa del contendere questioni di confini in un’area percorsa da arterie di primaria importanza per i traffici commerciali e l’utilizzo delle acque. Sono in gioco la Via Postumia e il fiume Polcevera, il “Porcobrera” (il fiume che porta trote).

La peculiarità del documento non è solo di natura storica o linguistica ma soprattutto giuridica. I magistrati infatti si pronunciano su tre tipologie di terreno diverse: il campo privato, quello pubblico e quello del pascolo in comune, spaziando lungo tutto l’arco del sapere del Diritto Romano.

Per quanto concerne la prima i Viturii mantengono intatti i propri diritti in quanto proprietari; per la seconda, pur mantenendo le due comunità le proprie pertinenze, si dispone che i Langensi versino ai Genuati, a titolo di tassa erariale verso l’impero, una quota annua fissa di 400 vectigal commutabile in beni in natura di ugual valore: per la terza infine si stabilisce la possibilità anche per altre tribù della valle di godere dell’utilizzo dei terreni in comune (pascolo e raccolta della legna). Si impone infine il rilascio dei prigionieri Langensi catturati dai Genuates in seguito alla disputa.

Con questa sentenza per cui i Genuati vennero convocati nella Città Eterna (su richiesta dei Langensi) Roma volle, seppur apparentemente “super partes”, rimarcare la propria autorità giuridica. Se da un lato infatti riconosceva ai genovesi la posizione di preminenza nella regione dall’altro tutelava l’autonomia delle altre tribù anch’esse legate alla Lupa.

Foto di Roberto Crisci.

Storia di un Monaco…

Il nome della città di Monaco deriva dalla denominazione voluta nella notte dei tempi dai Fenici, che la chiamarono in greco Monoikos “Una casa sola”. Da sempre territorio delle tribù dei Liguri, nel 600 a.C. in omaggio alle fatiche di Ercole, venne ribattezzata dai greci di Marsiglia che l’avevano occupata Portus Herculis Monoeci. Il figlio di Zeus infatti, di ritorno dalle sue leggendarie fatiche, proprio dopo il Rodano aveva dovuto arrestarsi di fronte ai Liguri.

Sebbene non abbia alcun legame con l’origine etimologica del nome il termine monaco ricorre curiosamente a proposito dell’insediamento della famiglia Grimaldi, tuttora casata regnante dell’anacronistico Principato.

"La Rocca di Monaco, costruita dai genovesi nel 1215".
“La Rocca di Monaco costruita dai genovesi nel 1215”.

 

Francesco Grimaldi esponente di spicco della famiglia guelfa, una delle quattro più influenti della città (Fieschi guelfa e Doria e Spinola ghibellina, le altre tre), nel 1297 in occasione di una delle frequenti lotte intestine salpò alla volta della Rocca di Monaco.

L’ammiraglio detto il “Malizia” per la sua astuzia, con uno stratagemma, aiutato da un parente membro del drappello di guardia, riuscì ad introdursi nella fortezza vestito da monaco e a conquistarla.

"La statua del "monaco" Francesco Grimaldi".
“La statua del “monaco” Francesco Grimaldi”.

Da allora fino ai giorni nostri con alterne fortune, interrotti in alcuni brevi periodi i Grimaldi hanno gradualmente perso contatto con la madrepatria e regnato sul Principato.

La tomba di S. Maria di Castello…

Nel secondo chiostro di S. Maria di Castello (un tempo luogo di sepoltura della nobile famiglia dei Grimaldi dell’Oliva), poco distante dalla Loggia della  celebre “Annunciazione” di Giusto da Ravensburg, è custodita una lastra tombale di pregevole fattura, testimonianza di arguta metafora.

Realizzato in marmo bianco di Carrara con cornice in pietra nera di promontorio il sarcofago tardo quattrocentesco è attribuito ad un membro dell’illustre dinastia di scultori dei Gagini.

Raffigura infatti la morte nella più classica delle rappresentazioni: uno scheletro con intorno scolpito un nastro recante i nomi dei fratelli Grimaldi ivi sepolti (Lionello ed Emanuele), armato di arco, falce e faretra, i simboli del Cristo Mietitore. Ai suoi piedi un cospicuo cumulo di monete, un vero e proprio tesoro, meglio sarebbe dire bottino dato che, come costume diffuso del tempo, anche l’illustre schiatta dei Grimaldi praticava la pirateria.

Sul festone è inciso un motto latino che, attribuito a San Gerolamo, recita:

Facile comptemp<n>it omnia qui sese cogitat moriturum.

Il cui senso tradotto è: “disprezza facilmente ogni cosa facilmente chi si pensa prossimo alla morte”.

Ovvero: “A che serviranno le ricchezze nell’aldilà?, certamente non a evitare il tuo mortale destino”. Come d’altra parte non sono servite ai Grimaldi, fondatori fuggiaschi di un Principato e traditori della patria!

Foto di Bruno Evrinetti.

“Ecce Homo”…

queste, secondo il Vangelo di Giovanni, le parole pronunciate da Ponzio Pilato ai Giudei nella speranza che la flagellazione fosse punizione sufficiente per il Cristo.

Le emozioni suscitate da questa sentenza rappresentano uno dei momenti più alti della cristianità e sono state fonte di ispirazione per numerosi artisti che, nel corso dei secoli, si sono cimentati nel cogliere “l’umanità” di quell’episodio: Bosch, il Correggio, Tiziano, Van Dyck, Rembrandt e molti altri ancora.

"Ecce Homo" di Antonello da Messina.
“Ecce Homo” di Antonello da Messina.

 

Le due principali tele raffiguranti “L’Ecce Homo” però non si trovano né al Louvre di Parigi, né al British Museum di Londra o al Prado di Madrid e nemmeno all’Ermitage di San Pietroburgo o al Pergamo Museum di Berlino bensì custodite a Genova, in due dei suoi scrigni più preziosi: la prima, quella datata 1474 la più antica e celeberrima opera di Antonello da Messina, presso la Galleria Nazionale di palazzo Spinola, la seconda risalente al primo decennio del ‘600 addirittura di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, nel Museo di palazzo Bianco in Strada Nuova (odierna Via Garibaldi).

Forse è il caso di dire “Ecce Homines”.

Madonne di conchiglie…

Gli approdi della nostra regione sono costellati di spontanee edicole, sorte a ringraziamento per il ritorno dei naviganti.

Speranza, sussistenza, pescato, ignoto, viaggio,  tempesta, guerra, bottino, paura… di non farcela… per questo, i marinai liguri lo sanno bene, prima e dopo aver affrontato il mare è sempre bene affidarsi alla Madonna.

"Madonna dei pescatori di Quinto".
“Madonna dei pescatori di Quinto”.

"Edicola dei pescatori di Camogli".
“I palazzi di Camogli riflessi nell’edicola dei pescatori”.

Di tutte la più cara ai genovesi è “A Madonnin-a dei pescoei” di Sturla per la costruzione della quale hanno contribuito tutti i marinai del borgo: “O Maria i pescatori di Sturla ti hanno portato tutti una pietra ora ti diranno sempre un’Ave Maria”. Intorno, incastonate fra le conchiglie, altre lapidi riportano alcuni versi della Stella Maris, l’Ave Maria in genovese di Piero Bozzo.

“Ave Maria da questo altare guarda sempre chi è per mare” e ancora “Ave Maria, Campana che suoni in mezzo al verde con una voce secolare tanto cara; in questa pace l’anima si perde e i tuoi rintocchi invitano a pregare”.

Un’altra targa rammenta invece i versi della canzone di Costanzo Carbone intitolata appunto   ” la Madonnin-a dei pescoei patrimonio delle esecuzioni dialettali dei Trallalero.

Edicola di Sturla edicola 2 sturla

“Lazzu un lumin lontan, ne o mà de Sturla” (Laggiù un lumino lontano, nel mare di Sturla)

“O brilla, o scomparisce, o s’allontann-a”. (Brilla, poi si spegne, s’allontana)

I biglietti di calice…

Nel 1607 i Serenissimi Collegi al fine di disciplinare la discutibile condotta di molti nobili, rei di non comportarsi in maniera conforme al loro status, introducono la legge di “biglietti di calice”.

Il piccolo consiglio si riunisce così una volta al mese per giudicare ed eventualmente esiliare i patrizi ritenuti colpevoli. Si stabilisce di aprire delle buche nei muri perimetrali dei cortili di palazzo Ducale e di disporre, durante le riunioni del Collegi, dei calici in cui i cittadini avrebbero potuto consegnare in modo anonimo le proprie rimostranze.

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Biglietto di Calice. In lingua genovese “Biggetto de caxo”,

I biglietti di calice erano così chiamati per via della forma dei recipienti che venivano utilizzati per contenerli. Fra gli argomenti si trovava un po’ di tutto: consigli, suggerimenti, proposte, ma anche lamentele, delazioni e mugugni insomma una sorta di prototipo di cassetta delle idee.

Fatta la legge trovato l’inganno infatti, se da un lato questo tipo di denuncia anonima permise ai Supremi Sindacatori di intervenire con risolutezza nelle situazioni più scabrose, dall’altro, molto più spesso, le fitte relazioni e i legami di potere fra le famiglie ne attenuarono la funzione punitiva.