Al civico n. 3 di Piazza Palermo proprio accanto alla sede della Pubblica Assistenza della Croce Bianca locale è possibile ammirare un elegante portone in stile neo gotico rinascimentale.
Gli stipiti del signorile ingresso sono intarsiati e il trave è sovrastato da un tripudio di disegni geometrici, riccioli e volute.
Le due nicchie su basamento a colonna culminanti in cuspidi ospitano le statue di altrettanti illustri genovesi: Cristoforo Colombo a sinistra e Andrea D’Oria a destra.
Il primo vestito elegantemente è rappresentato assorto nei suoi pensieri mentre regge in mano il globo. Chissà quale rotta starà studiando?
Il secondo invece dall’aspetto austero è bardato nella sua cotta di rappresentanza. Con una mano stringe una pergamena arrotolata. Forse un’importante missiva o un vantaggioso contratto? Con l’altra impugna fiero l’elsa della sua preziosa spada di prestigioso Defensor della cristianità.
In vico della Giuggiola all’angolo con salita di Carbonara, proprio in corrispondenza della targa che identifica il caruggio, si trova una deliziosa Annunciazione.
All’interno di una cornice a tempietto il piccolo rilievo marmoreo sostituisce l’originale dipinto in ardesia.
Con l’apertura di Via XXV Aprile, nei primi decenni dell’Ottocento, il caruggio fu diviso in due (la parte verso Luccoli è infatti Vico Inferiore di Testadoro).
“Vico Inferiore Testadoro”. Foto di Giorgio Corallo.
Nei documenti antichi è indicato come Testa Auri (conchiglia o testa d’oro) il cui toponimo, secondo alcune fonti non certificate, deriverebbe dalla presenza in loco di un’omonima locanda.
La Grande Bellezza…
In copertina: Vico Testadoro. Foto di Raffaella Magherini.
Anticamente il caruggio era noto come vico Testadoro. Mutò il nome per non confonderlo con l’omonimo vicolo che, all’inizio di via XXV Aprile, ospita la famosa trattoria dalla “Maria”.
L’orribile edificio di vetro e cemento in piazza Santa Sabina che ospita una filiale della banca Carige sorge sulla demolita omonima chiesa fondata nel VI sec., luogo di ristoro per i pellegrini della Terrasanta.
“Filiale Carige sui resti della chiesa”.
“La chiesa venne soppressa e bombardata nel maggio 1944 durante l’ultimo conflitto e successivamente inglobata dalla banca”.
“L’abside della chiesa. Vi si accede da vico della Croce Bianca”. Sullo sfondo il palazzo Belimbau in piazza della Nunziata. Foto di Roberto Crisci.
Dei tesori della chiesa resta solo, nel salone degli sportelli, la Santissima Incarnazione di Bernardo Strozzi. Quello che è sopravvissuto dei traslochi successivi alla sconsacrazione del 1939 è stato trasferito nella nuova Santa Sabina in via Donghi.
“La Santissima Incarnazione di Bernardo Strozzi dell’abside della ex chiesa, oggi banca”.
A fianco della ex chiesa si trova l’oratorio della Veneranda Arciconfraternita della Morte con la sua eloquente effigie scolpita in facciata: un terrificante rilievo marmoreo adorno di simboli macabri, teschi e ossa incrociate a celebrazione della morte.
Da notare le inquietanti clessidre a simboleggiare l’inesorabile scorrere del tempo e quindi la nostra provvisoria presenza su questa terra.
“L’ottocentesca facciata dell’oratorio in via delle Fontane”.
Qui aveva sede la Casaccia che si occupava di assistere i malati e soprattutto della sepoltura dei poveri durante le epidemie di peste colera.
In copertina: il simbolo della Confraternita. Foto di Bruno Evrinetti.
Edicola dell’incuria così ho “battezzato”questa grande cornice abbandonata che si trova in vico Cioccolatte nel quartiere del Carmine.
Osservandola da vicino si notano ancora labili tracce del dipinto che ospitava: una Madonna col Bambino e altri personaggi non definibili alla base riemergono da un lontano passato nonostante il colpevole abbandono.
In copertina: edicola di vico Cioccolate. Foto di Giovanni Caciagli.
Nell’atrio d’ingresso del civ. n. 4 di Via S. Sebastiano è conservato un pregevole portale marmoreo di San Giorgio che uccide il drago. La preziosa scultura apparteneva originariamente alla chiesa di san Sebastiano, demolita in occasione degli ampliamenti ottocenteschi legati alle aperture di Via Roma e Via XXV Aprile.
In copertina: San Giorgio in San Sebastiano. Foto di Franco Risso.
Oggi non c’è stato un solo genovese che non abbia rivolto lo sguardo ai quattro punti cardinali per capire da dove provenisse quella specie di fumo che impediva la visibilità. Forse un incendio?
Niente puzza di bruciato quindi tale ipotesi non reggeva.
Poi dopo qualche momento di smarrimento si è capito trattarsi della caligo, ovvero quel raro fenomeno marinaro che, dall’incontro sotto costa di aria calda con la superficie fredda dell’acqua, produce nebbia. La foschia ha così dal mare lentamente ammantato la città fino a far scomparire – come per magia – persino la Lanterna.
Intanto senza il faro come riferimento le sirene delle spaesate navi urlano, segnalando la posizione, tutta la loro preoccupazione.
“Tetti di Genova avvolti nella caligo”. Foto di Gianni Cepollina.
Vi è poi una suggestiva credenza popolare, tramandata di generazione in generazione, che sostiene la caligo essere una sorta di mantello magico che avvolge e accompagna leanime dei marinaiverso la loro pace. Gli spiriti risalirebbero dunque dal mare per venire a prendere le anime rimaste, in una specie di limbo, incastrate tra la vita terrena e quella ultraterrena.
“La nebbia arriva su zampine di gatto. S’accuccia e guarda la città e il porto sulle silenziose anche e poi se ne va via”.
Cit. Carl Sandburg. Poeta americano (1878-1967).
La Grande Bellezza…
In copertina: caligo a Genova. Foto di Gianni Cepollina 24 febbraio 2021.
Quando la strada che collegava la circonvallazione a mare con il colle di Carignano ancora non era stata intitolata a Fiodor.
Un’elegante signora passeggia con la carrozzina mentre una coppia di giovani rampolli è alla guida di un calesse.
Di lì a poco persino nel signorile e borghese quartiere di Carignano si sarebbe infatti reso omaggio, intitolandogli la via, al partigiano eroe della Resistenza.
Poletaev Fiodor era un soldato russo che, aggregato alla brigata Pinàn Cichero, trovò la morte il 2 febbraio del 1945 presso Cantalupo.
Costui, al comando di 40 partigiani, affrontò circa un centinaio di tedeschi che stavano tentando di raggiungere Carrega dove si era insediato il comando della Pinàn Cichero. I nazisti decimati dalla strenua difesa della formazione partigiana, si arroccarono all’interno di un casolare.
Fu allora che Fiodor, ormai a corto di munizioni, si lanciò impavido contro il nemico intimandogli la resa.
Colpito a morte stramazzò sulla neve ma, prima di spirare, ebbe ancora la forza di spronare i suoi: “Coraggio, compagni, non pensate a me, fatevi avanti che dovranno arrendersi!”.
Così fu: i tedeschi si arresero e la battaglia fu vinta. Il gigante russo caduto per la libertà fu il primo partigiano straniero ad essere decorato con la medaglia d’oro al valore militare italiano.
Fiodor Poletaev riposa nel cimitero monumentale di Staglieno.
Il presepe è composto complessivamente da una settantina di statuine ascrivibili allo scultore genovese Pasquale Navone (1746 –1791), erede della grande scuola maraglianesca e produttore di un grandissimo numero di figure del presepe tradizionale genovese.
Oltre all’importanza storica e artistica tale rappresentazione si distingue per il fatto di essere fedelmente inserita nel lussuoso paesaggio architettonico della Genova di inizio ‘600 descritta da Rubens.
“La scenografia – spiega Giulio Sommariva, conservatore del museo dell’Accademia Ligustica – è un omaggio alla città di Genova, che viene rappresentata nel suo momento di massimo fulgore artistico, ovvero durante l’epoca di Rubens. I palazzi sono proprio quelli disegnati da lui, raccolti e incisi nel suo celebre libro stampato ad Anversa nel 1620”.
Particolari anche i costumi: “Alcuni sono più antichi, altri più tardivi, ma riprendono comunque la tradizione genovese settecentesca”. La sceneggiatura è frutto del lavoro degli allievi dell’Accademia di belle arti che hanno ripreso le incisioni di Rubens per creare uno speciale ‘teatrino’ tridimensionale.