Genova città davvero segreta?

In molti mi avete contattato per avere la mia opinione sulla puntata di “Genova città segreta” trasmessa ieri. Argomento dunque le mie impressioni:

Mi piacciono l’eleganza e il garbo con cui Augias ha condotto il suo racconto e, tenendo conto che il suo obiettivo era quello di inchiodare al teleschermo dal malgaro del Trentino al pescatore di Mazara del Vallo, direi che ci è riuscito bene. Sul format che consiste in un guazzabuglio di storia, arte e monografie agiografiche non entro nel merito perché “così è se vi pare” scriveva un grande siciliano.
Sicuramente Genova, come per la fiction “Blanca”, ha goduto di un bello spot pubblicitario confezionato certo meglio di quello proposto l’anno scorso da Angela jr.

Se considero i contenuti però non sono soddisfatto. Si poteva e si doveva fare meglio. Un genovese che ama la sua città non PUÒ e non DEVE essere contento.

Mi spiego meglio: tralascio gli errori fonetici (Embriáco) o topografici (via Torino) e la narrazione della quale ho fatto fatica ad identificare il filo conduttore (a proposito quale era? Genova termometro del Paese?).

Non mi è piaciuto il racconto della Costa e della tradizione navale genovese associata alla Concordia. Un pò come raccontare la Ferrari attraverso un incidente di Badoer. Se proprio si voleva parlare del tema mare naufragio forse quello della London Valour sarebbe stato più attinente.

Non mi è piaciuto non aver dedicato neanche un’immagine ai nostri Forti che costituiscono un unicum paesaggistico irripetibile.

Non mi è piaciuto, dopo aver parlato di verticalità, non aver sentito un cenno o una visuale delle funicolari e della più bella poesia mai scritta su Genova, ovvero Litania di Giorgio Caproni.

Sempre in ambito poetico non mi è piaciuto aver dimenticato Eugenio Montale premio Nobel per la Letteratura.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontasse di Sarzano e Santa Maria di Castello dove tutto, circa 2500 anni fa, ebbe inizio.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontasse l’epopea di Caffaro e Guglielmo Embriaco e delle imprese della Repubblica nelle Crociate.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordassero i nostri straordinari ammiragli e condottieri.

Mi sarebbe piaciuto che dai caruggi trapelasse qualche, odore, aroma, profumo, al limite olezzo o refrescumme.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontasse che San Giorgio è la banca più antica del mondo.

e che in Piazza Banchi è nato il termine bancarotta.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontasse dell’unica corporazione tuttora riconosciuta, quella dei Caravana e del mito di Bartolomeo Pagano, il dannunziano Maciste.

Mi sarebbe piaciuto che si parlasse delle relazioni culturali e degli scambi commerciali con il mondo arabo.

Mi sarebbe piaciuto che si narrasse la potenza, la ricchezza, e la munificenza del Marchese De Ferrari e della Duchessa Maria Brignole Sale.

Mi sarebbe piaciuto che oltre a Colombo (per altro dimenticato) si facesse cenno alla scienza dei genovesi, ovvero la strumentazione nautica, la cartografia, le esplorazioni geografiche per conto di Spagna e Portogallo.

Mi sarebbe piaciuto che si desse più risalto all’incredibile patrimonio artistico delle nostre chiese e all’inarrivabile opulenza del Barocco secentesco genovese.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordasse la primogenitura del capo d’abbigliamento più diffuso sul nostro pianeta, il blue jeans.

Mi sarebbe piaciuto, per quanto io lo adori, che si raccontasse come la scuola genovese non fosse solo De Andre’.

Mi sarebbe piaciuto ricordare il legame di Boccadasse con la Boca di Buenos Aires, i transatlantici e l’emigrazione.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordasse quanto c’è di Genova nel Sud America.

Mi sarebbe piaciuto piuttosto che al posto della signora Shelley si fosse virato su autori come Dickens, Nietzsche o Valery che a Genova vissero davvero significative esperienze creative.

Mi sarebbe piaciuto che oltre a Mazzini, Bixio e Mameli si citassero anche Michele Novaro coautore dell’Inno e Jacopo Ruffini, martire della Giovine Italia.

Mi sarebbe piaciuto che oltre ai Rolli si facesse cenno anche al Palazzo Ducale.

Mi sarebbe piaciuto che, con rispetto parlando, al posto di Moana Pozzi si celebrasse, come sacro santo che fosse, Gilberto Govi il più grande attore nostrano e che si ricordasse che qui sono nati, fra gli altri, anche Vittorio Gassmann, Enzo Tortora, Alberto Lupo ed Emanuele Luzzati.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontassero, a metà tra storia e fantasticheria, le gesta di G.B. Perasso, il ribelle Balilla.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordassero la figura e l’umanità di Don Gallo.

Anche se mi è piaciuto come invece è stata approcciata la Resistenza forse la più potente diocesi dopo Roma, meritava con i cardinali Boetto e Siri qualche parola in più.
Almeno un pensiero poi per Remo Scappini comandante della piazza di Genova e per il primo Partigiano d’Italia, il Partigiano Bianco Aldo Gastaldi, il comandante Bisagno.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordasse il più importante ospedale pediatrico del Paese e fra i primi nel Continente, il Gaslini.

Mi sarebbe piaciuto, visto che ho apparentemente “brontolato” finora si raccontasse la genesi del nostro esistenziale mugugno.

Genova è la città più bella del mondo diceva Čhechov e solo Napoli – aggiungo io – può reggere il confronto.

Magari, per questioni di tempo, non tutti ma certo alcuni di questi spunti avrebbero contribuito a rendere meglio anche ai foresti l’idea di Genova.

Genova è una madre burbera
che, da dietro le quinte, osserva orgogliosa i suoi figli e li protegge.

Ma si sa io sono di parte…

Genova 3 gennaio 2022.

Scorci di Canneto

L’origine del toponimo rimanda alla presenza dei cannicci che costeggiavano il tragitto che degradava dal Piano di S. Andrea al mare.

Fino al X secolo il Canneto segnava il confine dell’antico castrum ed era fiancheggiato dalle prime mura cittadine che proprio in quel periodo vennero ampliate per inglobare il palazzo Fieschi (futuro Ducale) e la Cattedrale.

Il budello che si immette nel ventre cittadino è tradizionale meta degli acquisti alimentari natalizi.

Numerosi sono gli spunti storici artistici che si possono cogliere in questo caruggio.

Ad esempio in questo scatto sul lato sinistro s’intravede il cinquecentesco sovrapporta del civ. 67a/r con San Giorgio che uccide il drago.

Di fronte invece si scorge il profilo del contemporaneo portale del palazzo De Franceschi al civ. 72r.

In copertina: Canneto il Lungo. Foto di Leti Gagge.

San Giorgio che uccide il drago in Via Canneto il Lungo 67a/r

In Via di Canneto il Lungo, all’angolo con vico Valoria, al civ. 67a/r si trova un portale di San Giorgio che uccide il drago.

La rappresentazione è quella classica con il santo a cavallo che proviene da destra e ai lati della scena angeli alati.

Particolare in alto a sinistra la principessa inginoccchiata tiene al guinzaglio il drago sdraiato.

Tale immagine deriva dalla narrazione del finale della Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine in cui il vescovo descrive l’ingresso nella città libica di Salem della principessa con il mostro.

Il santo infatti dopo aver ferito e sottomesso il drago ordina alle guardie di legare al collo della bestia la cintura della principessa.

Ella può così condurlo docilmente in città dove il popolo grato e festante si converte alla fede cristiana ed assiste euforico alla sua uccisione.

In copertina: San Giorgio che uccide il drago.

Vico dei Garibaldi

All’imbrunire le luci serotine illuminano le attività commerciali e le botteghe artigiane di vico dei Garibaldi.

L’origine del toponimo rimanda all’omonima famiglia proveniente da Neirone sopra Chiavari.

Costoro furono tra i membri della maona dei Giustiniani. Nel 1393 Francesco di Domenico fu eletto Doge.

Con la riforma doriana del 1528 il cognome fu ascritto agli Alberghi dei Lomellini ed Interiano.

Simone di Lorenzo nel 1547 fu uno dei cospiratori a fianco di Gian Luigi Fieschi nella famosa congiura filo francese.

I Garibaldi nei secoli successivi fornirono numerosi senatori della Repubblica.

Giuseppe l’eroe dei due mondi discende da un ramo, emigrato a Nizza, di questa schiatta.

La Grande Bellezza…

In copertina: Vico dei Garibaldi. Foto di Alessandro Ale.

Il Presepe di San Bartolomeo di Staglieno

Il presepe oggi esposto in occasione delle festività nell’atrio del palazzo della Regione Liguria appartiene in realtà alla parrocchia di San Bartolmeo di Staglieno ed è stato per l’occasione appositamente restaurato.

Si tratta di un tradizionale allestimento ambientato nelle nostre campagne con i bucolici personaggi dell’iconografia classica.

Scena della Natività. Foto di Ilaria Cavo.

Due in particolare gli elementi tipici che rimandano alla consuetudine sei, settecentesca: il tipico pastorello che indossa i jeans e la presenza dei cavalli al posto dei cammelli nella rappresentazione dei Re Magi.

Le ventuno settecentesche statuine sono attribuite alla mano e alla Bottega di Pasquale Navone, dopo il Maragliano, il principale esponente della scuola genovese.

Il gruppo dei re Magi col loro seguito di fine ‘600 è addirittura di Giambattista Gaggini, detto il Bissone, inisieme al padre Domenico il capostipite del movimento artistico presepiale.

I manichini lignei sono curati nei mimimi dettagli, intarsiati, dipinti e riccamente addobbati come nella migliore tradizione presepiale cittadina.

In copertina: Il Presepe di San Bartolmeo di Staglieno esposto nell’atrio del Palazzo della Regione Liguria. Foto di Ilaria Cavo.

Natale 2021

I Baracconi

Il luna park, nella versione invernale o estiva che sia, a Genova ha una tradizione molto radicata.

I Baracconi infatti – come vengono chiamati da ogni genovese che si rispetti- ad inizio’900 erano già presenti e ubicati nella spianata oggi occupata dai Giardini Caviglia e da Piazza della Vittoria.

Lo stesso gigantesco spiazzo che era stato destinato, in occasione dei quattrocento anni dalla scoperta dall’America, all’esposizione Italo-Americana del 1892.

Nel 1906 vi si stanziarono il colorito carrozzone del circo di Buffalo Bill e nel 1914 l’Esposizione Internazionale di Marina ed Igiene, progettata dall’arch. Gino Coppedè.

In origine i “baracconi” erano così chiamati per via delle baracche appositamente allestite per l’occasione.

Oltre alla presenza di dolciumi, reganissi e zucchero filato, le principali attrazioni erano il tirassegno, le giostre dei cavalli, il forzuto, la chiromante, il nano e la donna ragno.

A queste tra le due guerre si aggiunsero le prime rudimentali montagne russe.

Nel 1943 il luna park venne trasferito alla Foce nella zona che circa un ventennio dopo sarebbe diventata l’odierno Piazzale Kennedy.

Da allora alle vecchie giostre di felliniana memoria si sono via via sostituite attrazioni sempre più moderne e tecnologiche e i nostalgici Baracconi sono diventati il parco giochi itinerante più grande d’Europa.

Il Winter Park nella sua nuova casa di Ponte Parodi.

Nel dicembre 2023, causa lavori di riqualificazione della zona della fiera, il parco divertimenti dei genovesi ha subito un nuovo trasloco accasandosi nell’area portuale di Ponte Parodi nei pressi del Museo Galata.

Se possibile la nuova locazione, seppur di ridotte dimensioni rispetto a prima, è ancora più suggestiva e scenografica.

La Grande Bellezza…

In copertina: Il luna Park di Genova in Piazzale Kennedy. Foto di Beatrice Bereggi.

Il Presepe de A Compagna

Nel cuore dei caruggi, in Piazza della Posta Vecchia 3/5, è possibile visitare il presepe de A Compagna, l’associazione culturale che dal 1923 si occupa di custodire e promuovere le nostre tradizioni.

La scena è ambientata sulle alture di Genova nel primo ottocento: sullo sfondo si vede infatti la città di notte, scarsamente illuminata come era senz’altro allora, con la collina di Carignano, il porto, la Lanterna e la stella cometa.

Cominciando il nostro percorso da sinistra in alto si nota un gruppetto di case contadine con i loro abitanti; tra le case c’è un pino marittimo, quella più a destra ha l’uscio ombreggiato da un pergolato e davanti due ulivi; nella fascia sottostante c’è un cavallo bardigiano che bruca l’erba: due galline di razza “gigante nera”; un albero di cachi al quale è legato un asino del monte Amiata; una bezagnina che indossa il mezzero siede vicino al suo banchetto mentre prepara il pesto nel mortaio.

Taraffo e Paganini. Foto di Giovanni Caciagli.
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Nicolò Paganini. Foto di Stefania De Maria
Paciugo e Paciuga. Foto di Giovanni Caciagli.
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Maria Drago. Foto di Stefania De Maria.

Dietro l’albero spoglio ci sono Paciugo e Paciuga; un pò più a destra c’è Pasquale Taraffo che è stato definito il “Paganini della Chitarra”.

Il pescatore. Foto di Giovanni Caciagli.
Il camallo. Foto di Giovanni Caciagli.

Più avanti ecco Niccolò Paganini che si appresta a suonare il suo violino; ancora più a destra c’è la signora Maria Drago, madre di Mazzini che ha posato gli occhiali sullo scrittoio e tiene in mano una lettera del figlio; in primo piano un falegname con gli attrezzi da lavoro e il grembiule di jeans che parla con un mendicante; più a destra ecco un camallo col tradizionale scosalin (il grembiulino) e il gancio appeso alla cintura.

Il falegname. Foto di Giovanni Caciagli.

Nella parte centrale del presepio in alto si nota un seccatoio per le castagne, davanti un contadino sta tirando la corda per legare una fascina; a destra c’è un fienile con le mucche di razza cabannina; dietro per scendere nelle fasce sottostanti, sostenute dai muri a secco, c’è una tipica creuza presidiata da un piccolo cinghiale.

In primo piano c’è un pastore con la coperta sulle spalle seguito da due pecore di razza “marrana”, appena dietro un cacciatore col suo cane e a destra due pescatori. Uno dei due porta le reti in spalla e il carretto col pescato sotto lo sguardo attento e speranzoso di un gattone bianco; il secondo, un pescatore di acqua dolce, con il saio in spalla; ancora più a destra una contadina davanti al suo pollaio; per terra una cesta di olive appena colte da portare al frantoio.

I cavalli dei re Magi. Foto di Giovanni Caciagli.

I cavalli dei re Magi in primo piano, trattenuti dal palafreniere, rimandano agli antichi presepi secenteschi dove sostituivano i cammelli.

Nella parte destra ecco il protagonista ovvero il carro del Confeugo trainato dai buoi che trasporta il ceppo di alloro da bruciare davanti a Palazzo Ducale; a fianco procede l’Abate del Popolo vestito di nero, che va ad incontrare il Doge; davanti a questo gruppo c’è Caterina Campodonico (la celebre venditrice di noccioline del cimitero di (Staglieno) con il suo cesto di mercanzie.

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Il carro dei buoi con L’Abate del Popolo. Foto di Stefania De Maria.

Dietro c’è una casetta con l’insegna de a Compagna e lo stendardo con la croce di San Giorgio.

La casetta con la bandiera di san Giorgio. Foto di Giovanni Caciagli.

L’edificio sulla destra invece rappresenta l’Orfanotrofio Sant’Antonio di Voltri, opera pia istituita dalla Duchessa Maria Brignole Sale De Ferrari che è seduta davanti con in braccio un neonato e attorno delle orfanelle già grandine. Sul muro è riprodotta la lapide commemorativa ivi esistente. Vicino, un po’ in disparte, Carlo Giuseppe Vespasiano Berio, il fondatore dell’omonima biblioteca comunale.

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La natività. con Gelindo e Gelinda. Foto di Stefania De Maria

Finalmente siamo giunti alla Natività ambientata, all’angolo di destra, in un fienile con il tetto di ciappe di ardesia; sulla sinistra si sono posati due piccioni.

Inginocchiato di fronte al Bambino c’è Gelindo, secondo la tradizione il primo ad accorrere in soccorso di Gesù portando in dono delle uova. La moglie Gelinda invece in piedi, avvolta nel suo mezzero, gli porge un telo per fasciare i neonati.

A destra il Padre Santo porta un cestino di vimini e regge un crocifisso.

Il Padre Santo. Foto di Stefania De Maria.

Ogni dettaglio ha quindi un riferimento e una collocazione puntuale nella città. Non manca infine un bel tappeto di erba cocca che come tradizione si raccoglie nei nostri boschi.

L’idea di realizzare questo presepe nasce nel 2009 su iniziativa di Yvonne Migliori e Angelo “Sergio” Diana due artigiani che con passione si sono occupati di realizzare le statuine in terracotta o cartapesta. I personaggi sono dipinti a mano o rivestiti in stoffa rispettando i costumi dell’epoca. Alcuni sono manichini riccamente abbigliati. Recentemente a questi due appassionati si è unito Mario Gerbi che ha lavorato in legno le miniature degli strumenti di Paganini e di Taraffo e dello scrittoio di Maria Drago con il calamaio, la penna e gli occhiali.

In copertina: Il Presepe della Compagna. Foto e testo di Stefania De Maria.

Natale 2021.

Curiosando per il Fossatello

La piazza e la via del Fossatello occupano la zona che in epoca romana era nota come il Campo di Marte, ovvero quello spazio destinato ad accampamento dove si svolgevano le esercitazioni militari.

Prima dell’erezione nel 1155 delle mura del Barbarossa il Fossatello era una zona di campagna extra moenia attraversata da un ruscello, il rio Fossatello appunto, caratterizzata da sparute casupole in legno.

Piazza Fossatello. Foto di Leti Gagge.

A partire dal 1158, quando la contrada era ormai dentro le mura i Piccamiglio, proprietari della maggior parte delle abitazioni in zona, vi costruirono la piazza.

La torre di Piccamiglio spunta fra i tetti. Foto di Stefano Eloggi.

Nel 1308 si ha curiosa notizia della presenza in loco di bagni pubblici adibiti ai soli uomini.

Dal 1540 al 1870, quando fu trasferito in Piazza Bandiera, la piazza ospitò il mercato di frutta e verdure.

La fontana di Piazza Bandiera. Foto di Leti Gagge.

Per soddisfare la conseguente necessità di acqua la piazza nel 1844 fu dotata di una fontana fatta pervenire appositamente da Soziglia.

Al civ. n. 2 della piazza si incontra il cinquecentesco Palazzo Babilano e Cipriano Pallavicini.

Il portale originario dell’edificio, attribuito ai fratelli Michele e Antonio Carlone, venne venduto al Victoria Albert Museum di Londra.

Prospetto del Palazzo Pallavicino. Foto di Leti Gagge.

Nel 1840 lo stabile fu svuotato e rialzato. Il prospetto completamente ripensato adornato in stile neoclassico con statue, putti sui timpani delle finestre e un cornicione con medaglioni imperiali e fiori.

Al civ. n. 9r si nota invece una nicchia che accoglie la statua di San Giovanni Battista benedicente.

Edicola di San Giovanni Battista.

Al civ. 3r ecco un’altra edicola di Madonna col Bambino con struttura originale settecentesca e dipinto moderno dell’artista Ugo Lombardo.

Edicola di Madonna col Bambino. Dipinto di Ugo Lombardo.

All’angolo fra la via e la piazza ecco un palazzo medievale con sulla facciata brani in pietra bianca e nera.

Qui nei quattro grandi archi ogivali tamponati a piano strada ha sede l’antica e rinomata Pasticceria Liquoreria Marescotti.

Liquoreria Marescotti. Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 2 purtroppo in pessime condizioni l’elaborato cinquecentesco portale attribuito ai maestri toscani Donato Benti e Benedetto da Rovezzano.

Portale di Via Fossatello n. 2

All’incrocio con Vico San Pancrazio è possibile poi ammirare la secentesca Madonna del Cardellino. La peculiarità di questa edicola sta nel fatto che è costituita da due elementi distinti: un dipinto della Vergine ad olio su ardesia il primo, un baldacchino sempre di ardesia sopra che accoglie il Padre Eterno Benedicente in stucco, il secondo.

La Madonna del Cardellino.

In copertina: Piazza del Fossatello. Foto di Leti Gagge.

Piazza del Portello

Piazza del Portello così nominata per via della porta delle mura del XII secolo posta a quel tempo più o meno all’imbocco dell’odierna via Caffaro.

Tale Portello fu poi demolito nel 1855 insieme all’attiguo Conservatorio delle monache Interiane.

Al centro spicca sopra la galleria Giuseppe Garibaldi, aperta nel 1897 e ampliata nel 1927 la torre del Mirador che, con la sua singolare forma a minareto, impreziosisce il giardino del Palazzo Lomellino di via Garibaldi n 7

Sopra le statue di San Giorgio e San Giovanni che adornano il tunnel opera dello scultore Antonio Maraini, vi furono invece collocate nel 1930.

La Grande Bellezza…

In copertina: Piazza del Portello. Foto di Stefano Eloggi.