Vico dello Zucchero insieme a vico del Cioccolatte e vico della Fragola fa parte di quel gruppo di caruggi del quartiere del Carmine che ne testimoniano l’antica vocazione pasticcera.
In proposito nella sua opera sulle strade di Genova lo storico Federico Donaver con prosaico ottocentesco stile annota:
”Poco distante havvi il vico del cioccolatte e quindi fù creduto opportuno denominare questo dalla dolce sostanza che fa quello più gradevole; siamo del resto nel genere coloniale in cui i genovesi largamente commerciarono.”
In Copertina: Verticale di Vico dello Zucchero. Foto di Stefano Eloggi.
Da Piazza del Carmine si snoda la tortuosa salita di Carbonara che segue il percorso dell’omonimo sottostante rio, un tempo fonte inesauribile di acque per gli orti e le fasce vicine.
La caratteristica principale della salita è la presenza di case con brani di muri in pietra a vista e, soprattutto, dallo scenografico susseguirsi di archetti intonacati.
Salita Pallavicini che unisce via Luccoli con via XXV Aprile prende il nome dall’omonima nobile famiglia originaria del piacentino, presente in città fin dal 1200.
Il capostipite del ramo genovese fu un tal Nicolò il cui figlio Giovanni, sposando Maria Fieschi, divenne nel 1225 influente Consigliere della Repubblica.
Un altro Giovanni nel 1353 fu, per conto degli Sforza di Milano, Governatore di Genova.
Benedetto nel 1430 riscattò dai Saraceni il Re di Cipro.
Nel 1460 Babilano fece entrare la famiglia Pallavicini in quella dei Gentile: Antoniotto di Babilano nel 1489, Gio Batta di Cipriano 1517, Lazzaro di Nicola 1669, Opizzo di Paolo Geromino 1686 e Lazzaro Opicio di Geromino 1766, furono cardinali.
Nel 1528 con la riforma degli Alberghi i Pallavicino costituirono il sedicesimo Albergo.
Agostino di Stefano 1637,Gio Carlo di Paolo Geromino 1785 e Alerame di Sebastiano 1789 indossarono il mantello dogale.
Lunghissimo poi l’elenco di senatori, vescovi, ambasciatori, magistrati e uomini d’arte e numerose le ricche dimore delle quali forse la più prestigiosa è Villa delle Peschiere in via San Bartolomeo degli Armeni.
Nei pressi di Piazza di Pellicceria si incontra il vico della Tartaruga.
Il caruggio fa parte di quella seria di vicoli senza intestazione che, con la riforma toponomastica del 1868, si decise di intitolare a nomi di animali. Fatto questo che mi ha sempre lasciato perplesso.
Con tanti personaggi infatti che hanno nobilitato nel corso dei secoli la storia, in particolare marittima, cittadina (penso ad esempio Benedetto Zaccaria e Lanzarotto di Malocello che sono ricordati solo a Pegli e i Pessagno a Sestri Ponente) non mi capacito come i funzionari preposti abbiano invece partorito, in ossequio alla moda del momento, una scelta così banale.
In Copertina: Vico della Tartaruga. Foto di Giovanni Cogorno.
Nel porticciolo di Boccadasse è diventato ormai una vera e propria attrazione turistica.
Chi si ferma per una carezza, chi per una foto o un selfie, chi per dargli qualcosa da mangiare (anche se su richiesta dei padroni meglio evitare), tutti comunque cercano Seppia:
il gatto assurto, per la sua ingrugnita e infastidita espressione, a ironico simbolo dell’accoglienza ligure.
Machiavelli
Curiosa anche la sua singolare somiglianza con Machiavelli il gatto scontroso e sospettoso del celebre film del regista genovese Enrico Casanova del 2021 della Pixar -Luca- ambientato nel levante della nostra regione.
Così a Boccadasse alla romantica gatta con “una macchia nera sul muso” di Gino Paoli si è aggiunto il burbero gatto disneyano.
Praticamente la via non è altro che quel breve tratto di strada sul retro di palazzo Agostino Pallavicino e il cortile di palazzo Interiano che corrisponde al civ. n 3 fino al civ. n. 1 di Via Garibaldi.
Capostipite del casato fu Iterio console di Genova nel 1106. Gli Interiano nel 1293 risultano essere i signori di Portovenere e nel 1350 costituiscono un loro proprio albergo confermato come il venticinquesimo nella riforma del 1528.
Vico Cuneo, anche per via della sua posizione non proprio strategica o di passaggio, è un caruggio sconosciuto ai più. Tuttavia muri, pietre e soprattutto il contrafforte che sorregge le due case ai lati, emanano il loro fascino senza tempo.
La ripida e spettacolare creuza percorsa in discesa sembra catapultare nel centro della città.
Al civ. n. 12 si trova l’ex chiesa e convento di San Giovanni Battista (1744) a cui si deve il nome della strada, oggi sede della scuola primaria Giano Grillo e della secondaria Bertani Ruffini.
Salita delle Battistine ripresa da Via Bertani. Foto di Leti Gagge.
Sulla porta d’ingresso resta traccia delle decorazioni della chiesa in un affresco ottocentesco del pittore lombardo, membro dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, Giacomo Ulisse Borzino.
Al civ. n. 8 la dimora genovese di Nietzsche del cui soggiorno all”interno 6 è sparita la lapide commemorativa sostituita con un’imbarazzante fotocopia nell’androne.
La freccia indica le finestre dell’appartamento di Nietzsche. Foto di Anna Armenise.
Lapide che invece all’interno della scuola Giano Grillo è presente per ricordare che qui nel giugno 1907 il futuro premio Nobel Eugenio Montale conseguì la licenza elementare.
La lapide dedicata a Montale.
Di fronte un tratto delle imponenti mura del ‘500 che fungono da muraglione di contenimento dei giardini di Villetta Di Negro.
La lapide del Marchese (cittadino) Serra.
Sopra una piccola porta murata una targa marmorea, a scanso di equivoci, ne attesta la proprietà e sta ad indicare che lì vi era una deviazione dell’acquedotto richiesta dal C.NO (cittadino così amava qualificarsi in virtù delle nuove idee giacobine il marchese) Serra che proprio nel 1781 aveva acquistato dagli Spinola Palazzo Baldassarre Lomellini in Strada Nuova (oggi Via Garibaldi civico 12).
1781/ C. NO Domenico Serra / N°. 371
In Copertina: Salita delle Battistine vista in direzione Portello. Foto di Leti Gagge.
Fin dal Medioevo l’ultimo piano della torre del Palazzo Ducale -O Päxo per i Genovesi- ospitava una cella campanaria.
Diverse campane si sono susseguite nei secoli fino al 1941, quando durante la seconda guerra mondiale, quella presente venne fusa per realizzare dei cannoni.
La campana più duratura di cui si ha notizia durò quasi 300 anni avendo con il suo suono -si dice- udibile fino a Savona, celebrato la vittoria della Lega Santa sugli Ottomani nella battaglia di Lepanto nel 1571.
Nel 1860 in concomitanza di un altro festeggiamento, quello dell’annessione della Toscana e dell’Emilia (a quel tempo Genova apparteneva ai Savoia), il campanone si ruppe.
Stessa sorte ebbe il sostituto che svolse diligentemente il proprio compito fino al 1925 quando anch’esso venne rimpiazzato:
“Calato dalla torre il 3 maggio 1925 per la sua rifusione, il nuovo campanone fu reinstallato il 15 aprile del 1926, con un’imponente cerimonia alla quale partecipò tutta Genova; poi, la domenica del 26 aprile, fece finalmente sentire la sua voce, salutato dal coro festoso di tutte le campane della città“. Testo de A Compagna.
Una voce che inizialmente fu oggetto di numerose lamentele da parte dei genovesi i quali sostenevano avesse un suono sordo e comunque non come quello di una volta.
Costretto così, a rispondere alle critiche, fu il Sig. Boero fonditore, discendente di una dinastia di costruttori di campane che aveva bottega in salita di Mascherona.
L’artigiano, portando ad esempio la campana grossa di San Lorenzo (fusa dal padre) che presentava la stessa distonia e della quale erano ora tutti soddisfatti, spiegava che per ottenere l’armonico effetto sonoro auspicato, il campanone avrebbe dovuto risuonare per un po’ di tempo.
“Purtroppo causa la guerra, nell’aprile del 1941 venne demolito e donato alla Patria, perché con il suo bronzo si fondano nuovi cannoni per la nuova vittoria“. Testo de A Compagna.
O Campanon de Paxo. Cartolina celebrativa de “A Compagna” distribuita in occasione dell’evento.
Grazie all’impegno dell’Associazione “A Compagna”, dal cui sito riporto il verbale dell’evento, nel 1980 O Campanon ha ripreso, come nei secoli precedenti, a scandire i principali avvenimenti cittadini.
“Molti gli anni di silenzio assoluto sulla torre, fin quando – in occasione del Parlamento del 1979 – ai soci viene comunicato che «semmo in graddo de fâ tornâ in sciä Töre de Päxo o Campanon: unna grande azienda zeneize a l’à zà offerto unna grande quantitae de metallo (rammo, bronzo e latton), mentre o Scindico o l’à daeto a sò adexòn». Il 24 aprile 1980, il nuovo campanone ritorna a suonare per tutti i genovesi. “
La cerimonia è ricordata in una lapide sottostante la Torre in cui si legge:
“Genova celebra oggi 24 aprile 1980 o Campanon de Päxo ripristinato nell’antica sede auspice A Compagna generosamente partecipi il Comune e i Cittadini.”
La lapide sottostante la Torre. Foto di Leti Gagge.
“Era la mattina del 26 aprile 1980 ed era stata appena scoperta in Via Tomaso Reggio la lapide commemorativa; l’allora sede de A COMPAGNA, la Loggia degli Abati del Popolo, rigurgitava di invitati, di autorità, di soci: a un certo momento il console Augusto Cavassa si è rivolto al Sindaco di Genova, Fulvio Cerofolini, dicendogli in genovese: «Scio Scindico, oua ch’emmo faeto trenta, scia dovieiva fa trent’un e completâ l’opera, faxendo issâ a bandëa de Zena in scia Töre». I presenti hanno assentito caldeggiando la proposta e il Sindaco, dopo essersi guardato intorno, quasi a voler chiedere conferma della sincerità e della profondità del nostro desiderio, ha detto semplicemente che sì, che la nostra richiesta era giusta e che avrebbe subito dato disposizioni affinché la bandiera fosse issata sulla Torre di Palazzo Ducale (la Grimaldina). E così, dai primi giorni del mese di maggio di quel lontano 1980, tutti i genovesi possono vedere garrire al vento il vessillo rosso-crociato della Repubblica di San Giorgio“.
Il «Campanon de Päxo», voluto dai Soci, che hanno partecipato con una generosa sottoscrizione, è stato fuso ad Avegno dalla Ditta Enrico Picasso e reca sul bordo il verso di speranza di Edoardo Firpo: «Pe questa taera antica sempre ritorna un mäveggioso giorno».
I testi in corsivo sono estrapolati dal sito Ufficiale de “A Compagna”: www.acompagna.org.
Qui esisteva la chiesa fondata nel 1405 intitolata al santo a cui è intestata la via.
Salita San Gerolamo. Foto di Leti Gagge.
Nella parte inferiore caratterizzata dalla classica mattonata tipica delle creuze genovesi si può ammirare il ponte canale dell’acquedotto medievale che si dirigeva verso il Castelletto.
Brani originali del Castelletto inglobati nei palazzi.