Vico Foglie Nuove collega via Gramsci con via Prè. Il caruggio è noto ai giorni nostri per la presenza in loco di una famosa trattoria di cucina genovese.
A catturare il mio interesse però, più che l’aspetto gastronomico, è stata l’intestazione del caruggio.
Dapprima, vista in epoca medievale la vocazione agreste della contrada (Prè secondo alcuni storici significherebbe contrada dei prati), ho pensato che l’origine del toponimo avesse in qualche modo a che fare con la presenza di vigne o piante nella zona.
Ad una più attenta disamina ho invece appreso come l’intitolazione fosse legata alla storia del possedimento di Focea, concessa in signoria dal Basileus di Bisanzio a Benedetto Zaccaria.
Leggendo i testi del Pescio, si evince che le colonie genovesi tra il XIII sec. e il 1455 di Focea la Nuova e Focea la Vecchia, (città turche di origine greca) dette le due Foceee, erano anche denominate Foglie Vecchie e Foglie Nuove.
In lingua genovese infatti il plurale di Focea, Focee si pronunciava Fogie e da qui dunque latinizzato la trasposizione in Foglie Vecchie e Foglie Nuove.
In Copertina: Vico delle Foglie Nuove. Foto di Stefano Eloggi.
Al civ. n. 116r sul palazzo che un tempo fungeva da dogana si trova la grande edicola barocca di “San Giovanni Battista”.
Sul timpano spezzato il Padre Eterno benedice i passanti con la mano destra mentre con la sinistra regge un mappamondo.
San Giovanni è invece raffigurato nell’atto di preghiera con ai piedi l’agnello di Dio. Quando nel palazzo si sviluppò un indomabile incendio vennero portate qui dalla cattedrale le ceneri del santo e le fiamme d’incanto si spensero. Ritenuta pertanto miracolosa questa grande edicola a tempietto è divenuta nei secoli oggetto di grande devozione.
Alla sua base l’epigrafe: “Nostra Tutela Salve”.
In Copertina: L’Edicola di San Giovanni in Soziglia.
Al civ. n. 10 Piazza di Soziglia ci s’imbatte nell’edicola della “Mater Salutis” un medaglione del 1854 posto a ricordo dell’epidemia di colera che colpì in quell’anno la città ma che risparmiò miracolosamente gli abitanti del palazzo su cui è affissa.
Scolpita dal Cevasco si tratta dell’ultima edicola sicuramente datata innalzata nel centro storico.
Recita così l’epigrafe:
“Il Signore e gli Abitatori di Questa Casa / Cui Parve Grazia dell’Augusta Vergine Salutifera / Il Non Aver Compianto Persona / Tocca Tra Queste Pareti dall’Indica Lue / Con Dispendio Comune il 31 Dic. 1854 / Qui Ne Allogarono La Cara Effige / Condotta da Gio. Batta Cevasco Valente Scultore / Perché Duri Memoria di Tanto Beneficio”.
Via di Soziglia ha il compito di raccordare l’omonima piazza con la vicina area dei Macelli che, vista l’abbondante necessità di acqua, vennero per questa ragione qui collocati nel 1152.
Da qui l’origine del nome Soziglia ovvero Suzeia o Suxilia che tradotto dal latino medievale significa “isola dei maiali”.
Per dare sfogo alle attività dei Macelli a fine “500, in seguito ad una ristrutturazione urbanistica, nacque poi la piazza.
Al centro della stessa vi era un imponente barchile, impreziosito da una sirena, realizzato da Taddeo Carlone.
Piazza di Soziglia. Foto di Giovanni Cogorno
Dopo lunghe vicissitudini la sirena, ritenuta ingombrante, venne sostituita nel 1726 dalle statue della Fuga da Troia, opera di Francesco Baratta e la fontana trasferita nel 1870 nella sua sede attuale in Piazza Bandiera.
L’origine del toponimo del vico deriva dal nome dell’omonima famiglia a cui in passato venivano erroneamente attribuite delle proprietà nella zona.
La schiatta dei Cicala che si stabilì in Liguria proveniente dalla Germania nel 942, formava il VII Albergo.
Avventurosa è l’origine leggendaria del casato che si fa risalire ad un tal Pompeo.
Si narra infatti che durante un combattimento fra genovesi e pisani, un soldato di Ventimiglia, Pompeo, udì il canto di alcune cicale; ottenuta la vittoria costui avrebbe decorato il suo scudo con sette cicale, ridotte poi a cinque dai discendenti. Nel 1432, per le sue vittorie contro i Tartari, fu concesso a G.B. Cicala di sostituire le cicale del suo stemma con un aquila bianca.
Fra i numerosi illustri membri della casata meritano menzione: Guglielmo che figura fra i Capitani che portarono a Genova le ceneri di Giovanni Battista; Lanfranco, gentiluomo saggio, giudice e cavaliere, grande amatore e poeta.; Andrea, eletto gran giustiziere nel regno di Napoli per volere di Federico II; Zoaglio Battista governatore della Corsica e doge e Carlo, vescovo di Albenga e partecipante al concilio di Trento.
A titolo di cronaca va ricordato anche Scipione Cicala, protagonista del brano Sinan Capudan Pascià di De Andrè che, imprigionato dai turchi, ne divenne condottiero e corsaro fino ad ottenere il massimo degli onori possibili per un infedele, ovvero il titolo di Pascià.
Nella piazzetta si possono ammirare:
Il palazzo Cicala che fu fatto edificare da Nicolò Cicala nel 1542.
Sul palazzo un sovrapporta pietra con fregio sec.XVI mentre la volta dell’atrio è sorretta da lunette poggianti su peducci in pietra.
Sull’archivolto che conduce in Sottoripa ecco un Agnus Dei XVI in pietra.
Al civ. n.1 sovrapporta con due angeli che reggono una ghirlanda con trigramma di Cristo. Al civ. n. 5 un medaglione ovale vuoto che conteneva un dipinto oggi scomparso.
L’osteria di Vico Cicala.
Al civ. n. 3 si trova Albergo Veronese al n. 5r Osteria sopra il mare e a civ. n. 27 l’Osteria Cicala, forse l’ultima autentica osteria del centro storico. Arredata in legno con tovaglie a quadretti sui tavoli e i tradizionali gotti (bicchieri) di vetro spesso per la mescita del vino.
In Copertina: Vico Cicala. Foto di Stefano Eloggi.
Il nome del vico trae origine dalla famiglia Adorno proveniente da Taggia che giunse a Genova intorno al 1186 e che, appartenente alla fazione ghibellina, diede alla Repubblica sette Dogi.
Fra i numerosi esponenti di questa illustre casata spicca l’illuminata figura di Anselmo, un cavaliere, mercante e uomo politico genovese trapiantato nei Paesi Bassi, che si rese protagonista di diverse avventurose missioni diplomatiche per conto del Duca (fra i vari titoli di Borgogna, Lussemburgo, Fiandre e Olanda) Carlo il Temerario.
In Copertina: Vico degli Adorno. Foto di Stefano Eloggi.
Confesso, prima che un amico siciliano me ne parlasse e facesse assaggiare, ne ignoravo l’esistenza.
Sto parlando delle “Genovesi” di Erice, il dolce tipico dell’antico borgo medievale in provincia di Trapani.
Poteva il nome inequivocabilmente legato alla mia città non incuriosirmi?
Apprendo così che Le Genovesi sono un’antica ricetta conventuale del monastero di San Carlo riproposta con maestria ai giorni nostri dalla locale pasticceria di Maria Grammatico e, appunto, dall’Antica Pasticceria del Convento.
Si tratta di golose cupolette di pasta frolla imbottite di crema o ricotta spolverate di abbondante zucchero a velo. A queste tradizionali farcie si sono aggiunte poi nel tempo quelle con crema di latte, nocciola, cioccolato e pistacchio.
Al palato il contrasto fra la friabilità della pasta frolla e la morbidezza della crema costituisce un ottimo scioglievole connubio.
Ma quello che più mi ha incuriosito ovviamente è la genesi del nome che, secondo la tradizione, sarebbe ispirato alla particolare forma del cappello dei marinai genovesi che nel Medioevo, visti i proficui rapporti commerciali con Trapani, frequentavano abitualmente Erice.
In Copertina: Le Genovesi di Erice. Foto di Salvatore.
Il toponimo deriva dal ponte che attraversava il corso d’acqua nei pressi di palazzo San Giorgio.
Nel tempo per storpiatura dialettale il Rio (rià) si è trasformato in reale creando confusione con il successivo ponte Reale, il passaggio coperto dei Savoia (poi abbattuto per far spazio alla Sopraelevata), nell’odierna via Gramsci.
In Copertina: Via al Ponte Reale. Foto di Giovanni Cogorno.
Furono cosi abbattuti l’Ospedale di Pammatone e quello degli Incurabili, l’Oratorio delle Casacce, la chiesa di San Colombano e tutti i caruggi circostanti.
Dalle mappe, fra gli altri, sparirino: via Piccapietra, salita Cannoni, via dei Tintori, vico Pevere e vico delle Fucine.
Quando anche la Vecchia Porta Aurea, da cui il nome Portoria del sestiere, era ormai accerchiata e prossima al vergognoso atterramento.
In Copertina: la demolizione in Piccapietra di Porta Aurea.