Scolpito sulla colonna destra del portale della Cattedrale di S. Lorenzo, lato dell’omonima via riposa, ad altezza occhi un cagnolino opera di uno degli artisti che, nel ‘500, restaurarono la chiesa.
Pare che i due fossero inseparabili così che, alla morte dell’animale, lo scultore appartenente alla Corporazione degli antelami (maestranze provenienti dal comasco e dal Canton Ticino) volle ricordarlo dormiente per l’eternità.
La gradevole storiella è priva di fondamento e trova palese smentita nelle numerose altre simili rappresentazioni zoomorfe presenti in città.
Le figure antropomorfe, fitomorfe e zoomorfe, soprattutto se fantasiose e bizzarre, come spiegato dal Prof. Giacomo Montanari (curatore delle manifestazioni dei Rolli) erano infatti patrimonio consolidato dell’arte già dal XIII secolo.
La leggenda sostiene che accarezzarlo porti fortuna ma il marmo, a forza delle attenzioni che gli hanno riservato i genovesi, ormai è liscio e consumato. Meglio quindi, al fine di preservarne l’integrità, limitarsi ad ammirarlo. Il cagnolino stesso ve ne sarà grato.
Nella cultura della tradizione popolare genovese in particolare, e ligure in generale, anche se non mancano orchi e diavoli o fate, le streghe (“strie”) sono di gran lunga le più gettonate.
Spesso, nei racconti in cui vengono citate, sono protagoniste in positivo come, ad esempio,nel caso della fiaba “Baffidirame il senza paura”.
In questa favola sarà proprio la strega, cattiva all’inizio, a redimersi e ad indicare, nel proseguio, il da farsi al protagonista per aiutarlo a fuggire.
Nel racconto di “Prezzemolina” invece, a rabbonirsi, è un gatto magico che aiuterà, una volta divenuto suo amico, la bimba caduta prigioniera delle orchesse, a scappare, sciogliendo i malvagi incantesimi.
Sorta di elfi cittadini erano poi chiamati “Cursi”, piccole creature a metà fra i nani e i folletti.
Uno di questi, piuttosto dispettoso, si palesa davanti alla chiesa di S. Barnaba sollevando malizioso le vesti dei religiosi.
Non contento, sempre lo stesso folletto, si sarebbe adoperato fornendo ogni genere di provocazione, nel tentativo di far desistere i novizi dalla loro vocazione.
Interpellato il noto esorcista S. Lorenzo da Brindisi, grazie alle sue potenti preghiere, il folletto fu relegato in un angolo isolato del convento, concedendogli di poter uscire solo tre volte all’anno.
Sulle alture di Voltri invece, nelle grotte utilizzate durante la seconda guerra mondiale come rifugi antiaerei, i vecchi tramandano la presenza di donnine minuscole e piuttosto vendicative.
misteri… e fantasmi…
continua… quarta parte.
Anticamente Via Luccoli (“piccolo bosco”) era la strada che conduceva all’Acquasola sede dei templi pagani del Sole e della Luna.
In quel tempo era purtroppo normale fare sacrifici umani per ingraziarsi le divinità.
Una di queste vittime che, oltre mille anni dopo, gironzola ancora oggi nel vicolo, ignara del proprio triste destino, è il fantasma di un ingenuo fanciullo che sorride ai passanti.
Tra la sera del venerdì santo e l’alba di Pasqua è possibile invece imbattersi in un lugubre carro che, guidato da un misterioso nocchiero e trainato da un superbo palafreno, percorre il tragitto da Porta di S. Fede, attraversa Via delle Fontane e prosegue lungo Corso Carbonara, carico delle anime defunte di morte violenta.
Sempre nei pressi della Porta certe notti si può intravedere lo scellerato spettro del Vacchero colui al quale, a causa del suo tradimento, la Repubblica ha dedicato la celebre colonna infame.
Un’altra sanguinosa leggenda riguarda la Cattedrale di S. Siro nella quale i Vescovi lombardi, in fuga da Milano, traslarono le reliquie del loro patrono S. Ambrogio.
Fra i prelati milanesi si distinse per costumi dissoluti un tal Valentino che, una volta deceduto, nella chiesa ebbe sepoltura.
Ma una notte, fra il terrore dei presenti accorsi sul posto perché turbati dal frastuono delle urla, due spettri furibondi riesumarono la salma del monaco.
Costoro lo resuscitarono e trascinarono fuori dall’edificio religioso.
All’indomani il corpo del malcapitato venne rinvenuto gettato in malo modo nella fossa comune del cimitero.
In Piazza Banchi, nei pressi di S. Pietro della Porta vaga invece, accompagnato da una triste melodia, lo spirito dello Stradella, noto compositore secentesco, protagonista di torbide vicende amorose.
Ai fatti accaduti la sera del 24 aprile 1841 è infine legata l’infelice relazione fra il Conte Camillo Benso di Cavour e la nobildonna genovese Anna Schiaffino Giustiniani.
Costei, depressa perché non corrisposta, la sera sopra citata, durante un importante ricevimento, si gettò nel vuoto dalla finestra del palazzo Lercaro di Via Garibaldi.
Da allora, ogni 24 aprile, in corrispondenza della finestra del folle volo, compare una grande macchia con le sembianze della trentatreenne suicida.
Fine quarta parte… continua…
In Copertina: Via Luccoli di sera. Foto di Leti Gagge.
misteri e fantasmi… terza parte.
Un racconto a me molto caro che si perde nella notte dei tempi narra di una singolare coppia di frequentatori dei caruggi: il Diavolo e il Vento.
Una sera il Diavolo, passando sotto l’Arcivescovato, disse all’amico che sarebbe salito a parlare con il Vescovo e di attenderlo lì sotto.
Nel palazzo della Curia il Diavolo, evidentemente, si trovò proprio a suo agio visto che più non scese.
Ecco perché in Salita all’Arcivescovato soffia sempre forte il Vento; perché questi è ancora lì sotto ad aspettare il Diavolo.
Legato invece ad un fatto storico vero è il racconto che vede come sfondo l’intrigante Piazza di Campo Pisano:
nel 1284 infatti i Genovesi condussero in città, in seguito al trionfo della Meloria, ben novemila nemici pisani.
Molti di questi morirono di stenti e trovarono sepoltura, lontano dal suolo patrio, proprio nel cimitero sottostante l’attuale piazza (da qui il toponimo).
Per questo, dalla Marina lungo tutta la salita che conduce alla piazza, nelle fredde sere invernali, riecheggia un incessante tintinnare di catene e ferraglia trascinate dai prigionieri.
In Piazza Senarega invece, dal palazzo dell’omonima famiglia, si può scorgere a mezzogiorno in punto, una giovane dama affacciarsi dalla finestra e vederla spiccare il volo tenendo in mano un fagotto.
Superato l’attimo di incredulità si può notare come il presunto fagotto sia in realtà il suo capo mozzato opera del suo geloso amante.
Proseguendo poco distante, in Vico delle Mele, è possibile inoltre imbattersi in una misteriosa meretrice, bruna di capelli, di pelle ambrata e dalle prosperose forme che vi farà girar la testa e, magari, sparire il portafoglio.
La leggenda in proposito racconta infatti che, colta in flagrante insieme al suo nobile amante, sparì insieme alla dimora in cui nel vicolo avvenne l’incontro, non lasciando più traccia né di se, né del palazzo.
Per finire un cenno al fatto che, a partire da inizio ‘500 le impiccagioni avvenivano presso il Castellaccio e le odierne Via Cavallo e Via Accinelli che un tempo si chiamavano Salita dell’Agonia e della Morte, erano le uniche strade per arrivarci.
I condannati infatti le percorrevano entrambe: da vivi la prima all’andata, e da cadaveri la seconda al ritorno…
Via vai continuo di anime…..
Fine terza parte… Continua.
di una dolorosa emigrazione… di un porto argentino e… di una squadra genovese…
Non doveva apparire molto diversa l’immagine che i pescatori genovesi si portarono nel cuore allorquando, nei primi decenni dell’800, abbandonarono il loro quartiere natio, imbarcandosi alla volta di Buenos Aires in cerca di fortuna.
“I colori pastello della Boca”
Fu così che sbarcati in Sudamerica si diedero da fare e costruirono in breve tempo, a immagine, somiglianza e ricordo di quello originario, il Porto della Boca sulla Foce – “boca” appunto- del fiume Riachuelo.
I genovesi oltre ai colori e agli odori della propria terra portarono seco la necessità di praticare il football.
“Los Xeneizes”
Nel 1905 dunque sei amici, di cui quattro genovesi, fondarono quella che sarebbe diventata la squadra più titolata del pianeta; il Boca Juniors.
Nel 1907 il giovane Baglietto, primo presidente, insieme ai suoi amici intento a osservare nostalgicamente il mare, decise che
“Il porto della Boca nello specchio adibito ai pescatori”.
il Boca avrebbe adottato i colori della prima nave che fosse giunta in porto.
La prima fu un’imbarcazione svedese.
Per questo il giallo e il blu divennero i colori sociali, associati al titolo “xeneizes” impresso sulla maglietta.
Giusto per non dimenticare mai le proprie origini.
A titolo di curiosità anche l’altra grande squadra argentina fondata già nel 1901 il River Plate, il cui primo presidente fu Salvarezza, nacque alla Boca e fu fondata dai genovesi.“Casacca del River”.
Costui, osservando sulla banchina delle casse di legno chiaro, bollate trasversalmente di rosso con la dicitura “River Plate” in attesa di essere imbarcate (traduzione inglese di Rio de la Plata”), ne trasse ispirazione per la scelta della divisa bianca con banda trasversale rossa del Club.
il nome più antico della Superba… Al nome Genua che compare per la prima volta nel 148 a.C, si sostituisce gradualmente il latino medioevale Ianua. Di qui le varie interpretazioni che hanno portato all’idea che Genova, dal latino “Ianua” (porta, accesso), significasse appunto “Porta” sul mare e sui monti (compare così Giano bifronte). Per altri invece dal greco “Xenos” (straniero), luogo di scambi fra vari popoli. Per taluni dalla radice celtica “ghe” ovvero mascella, riferito alla particolare forma dell’arco portuale. Appare invece ormai acclarato, grazie ai ritrovamenti di anfore e reperti vari nella zona del sottopasso e dell’Acquario, che l’emporio dei Liguri sia sorto in virtù del prevalere della comunità etrusca che avrebbe contribuito alla fondazione di una nuova città con funzioni commerciali in relazione alla Provenza e a Marsiglia. Su molti di questi reperti, come certificato dalla Professoressa Melli, sovrintendente ai beni culturali in quel periodo (anni ’90), appare la destinazione di “KAINUA”, che in etrusco significa proprio “Città nuova”… (dal greco kainòs/kainòn che significa “nuovo”) e dalla desinenza “ua” associata ai toponimi delle città etrusche in genere .
Kainua, da non confondersi con l’omonima località (Marzabotto) nei pressi di Bologna.
GE… NOVA città nuova alla stessa maniera della NEA… POLIS di Napoli.
A scuola continuano, almeno quei pochi che lo fanno, nonostante i glottologi siano ormai concordi nel validare quest’ultima ipotesi, a raccontare le precedenti vulgate.
Nella foto “Genova a metà del XV sec.”.
Ben visibile la Torre dei Greci, a dx dell’ingresso del porto, sul Molo Vecchio. Fu innalzata nel 1324 e dotata di lanterna a olio nel 1326 (stesso anno de la Lanterna). Incisione in legno realizzata nel 1493 dalla bottega di Michael Wolgemut e successivamente colorata a mano. Per il “Liber Chronicarum” (Cronache di Norimberga) di Hartmann Schedel, stampato a Norimberga il 12 luglio 1493 da Anton Krobergerl.
Genova, la Dominante del mare, detta poi Superba dal Petrarca, da tempo immemore ha costruito la sua fortuna con i commerci con il Levante e, quando questi sono stati messi in pericolo dalle orde mongoliche, ha esplorato nuove soluzioni.
Come nel 1291, quando Tedisio Doria e Ugolino e Vadino Vivaldi armarono due galee e intrapresero “… il folle volo” da cui Dante trasse ispirazione per narrare di Ulisse nella Divina Commedia.
“Il dantesco folle volo di Ulisse”
Si diressero allo stretto di Ceuta, varcarono le colonne di Ercole, cosa a quel tempo inaudita, e solcarono l’Oceano, veleggiarono lungo le coste di Gozora (Agadir, Marocco del sud).
Dopo di ciò di loro non si ebbero più notizie, probabilmente naufragarono e, se sopravvissero, si accompagnarono a qualche solare indigena ma non fecero più ritorno.
In ogni caso avevano anticipato la rotta e segnato la via.
Così si concluse un secolo, il Duecento, in cui i Genovesi avevano già ampiamente dimostrato di essere, nelle cose di mare, inarrivabili.
Basti pensare a Ugo della Volta primo Ammiraglio di Castiglia, al Lercari e al da Levanto Ammiragli di San Luigi re di Francia, al Boccanegra creatore dell’Arsenale di Aigues Mortes o ad Ansaldo Mallone al servizio dell’Inghilterra e a Benedetto Zaccaria “almirante mayor de la Mar” della flotta militare castigliana.
Così nel Trecento e, soprattutto nel Quattrocento, i Genovesi al soldo delle potenze straniere, delineano il mondo e lo tracciano sulle proprie cartine (visibili a Palazzo Ducale, Museo Galata e Museo navale di Pegli), arte nella quale dimostrano tutta la propria perizia:
In Portogallo i Pessagno, ammiragli per diritto familiare sono gli antesignani della ricerca di “vie nuove”; Lanzarotto di Malocello (da cui il nome dell’isola di Lanzarote) scopre la rotta delle Canarie (1312) ; Nicoloso da Recco quella delle Azzorre (1341); Antonio da Noli quella di Capoverde (1441) ; infine Antonio Usodimare insieme al veneziano Alvise da Mosto, la via lungo le coste africane, fino al Golfo di Guinea (1445).
Senza dimenticare, stavolta via terra, sempre in Africa, la presenza alla ricerca dell’oro di Palola, di Antonio Malfante (1447).
“Lapide di Antonio Malfante in Piazza Cattaneo”.
“Lapide di Noli in ricordo di Antoniotto illustre concittadino”.
E, quando il mondo non avrà più segreti, troppo piccolo per soddisfare la sete di avventura, la voglia di esplorare e, il bisogno di espansione in nuovi mercati si sarà palesato impellente, i nostri avi ne inventeranno uno nuovo.
Nel 1492 Cristoforo Colombo il più celebre e qui sarò blasfemo, ma non il più grande dei nostri Ammiragli, scoprirà il Nuovo Mondo.
In Copertina: Portolano di fine ‘400 di Albino de Canepa cittadino genovese attivo alla fine del XV sec.
Genova e il mare sono un binomio inscindibile non c’è mare senza Genova e viceversa.
Nel libro Genesi, il quarto giorno Dio crea il mare e dice a Genova: “prendilo è tuo”.
Naturalmente sto scherzando ma il mare per Genova significa commercio, sostentamento, campo di battaglia, scoperta, scalo portuale, vita!
I genovesi ereditano dai greci e dai romani la vocazione marittima per farne un’arte di millenaria tradizione.
Nel ‘200 i fratelli Vivaldi anticipano con il loro “folle volo” dantesco le rotte di Colombo.
Antonio da Noli scoprirà Capo Verde, Lanzarotto di Maloccello, le Canarie (da qui Lanzarote), altri esploratori e marinai, per conto dei portoghesi, le Azzorre.
Quando il mondo é svelato Colombo, per azzardo e caso, ne scopre un altro.
I cartografi genovesi (vedi Museo navale di Pegli e il Galata) rappresentano geograficamente e politicamente i nuovi mondi, come nessun altro.
“Galea genovese, quadro conservato nel Museo di Pegli”.
Nel ‘500 la flotta di galee più numerosa è quella veneziana, poi segue quella turca, terza la genovese ma prima per qualità costruttiva.
Se quelle degli altri durano in media dodici anni, quelle genovesi diciotto.
I nostri Maestri d’ascia, come i tecnici della formula uno oggi, erano assoldati dalle potenze straniere per trasferirvi il loro sapere.
Si diceva: “… per essere un vero marinaio devi aver navigato sulle navi di S. Giorgio”.
Galee genovesi ROSSE, su un mare BLU (che bei colori… ritornano sempre).
Scoperto il nuovo mondo costruiscono navi più grandi, idonee a trasportare ori e argenti e merci sconosciute, adatte a superare le onde e i venti dell’Atlantico, le Caracche antenate dei galeoni.
“L’oro nasce in America, cresce in Spagna, muore a Genova”…. recitava un vecchio adagio spagnolo.
Riproduzione in scala 1:1 di galea genovese del seicento. Foto tratta dal Galata Museo del Mare.
In copertina: Progetto per la poppa di una nave di Domenico Piola. Foto del Prof. Emiliano Beri.
Nell’anno 1158 l’Arcivescovo Siro secondo prende contatti con Raimondo Berengario, conte di Barcellona, affinché invii, preferibilmente un musulmano, che, oltre a conoscere le lingue delle due sponde del Mediterraneo, sia anche abile coltivatore in grado di gestire l’orto e piantare il frutteto per il Capitolo di S.Lorenzo.