In piazza San Bernardo di fronte alla storica vineria Moretti si trova l’Oratorio dei Santissimi Pietro e Paolo.
L’edificio religioso venne realizzato proprio davanti alla scomparsa chiesa di San Bernardo nella cui area sono sorte la vineria di cui sopra e la scuola Baliano.
L’oratorio che venne costruito nel 1722 presenta un significativo altare marmoreo e diverse opere di artisti di scuola genovese.
Nel 1918 venne adibito a deposito della carta dal quotidiano “Il Secolo XIX”.
Attualmente facente capo alla parrocchia di San Donato subisce restauri ciclici e non è visitabile.
A fianco dell’oratorio sul fronte del civ. n. 30, casa natale di Goffredo Mameli, sono affisse due lapidi che celebrano la rivolta antiaustriaca del Balilla nel 1746.
Le due lapidi di Piazza San Bernardo.
La prima recita:
I Figli degli Uomini del 1746 / Sentono / Quali Doveri / Importi / Il pensare ai loro Fratelli / che seppero Morire.
La seconda declama:
I Goliardi Genovesi / nel Giorno Sacro alla Vittoria del Popolo / Gloriando le Nuove Battaglie / per la Cacciata degli Austriaci / in Votivo Pellegrinaggio ad Oregina / dalla Casa Dove Nacque / Goffredi Mameli / Rinnovano / con le Parole del Vate dell’Italia Ridesta / la Serbata Promessa – X. XII. MCMXVI.
La Grande Bellezza…
In copertina Piazza San Bernardo. Foto di Leti Gagge.
L’inizio della creuza è impreziosito dallo scenografico portale del demolito omonimo convento (nel 1890).
L’edificio venne eretto nel 1430 e, fino al 1797, anno della soppressione degli ordini religiosi, fu gestito dalle monache Romite di Sarzano.
La lapide in Salita Santa Brigida.
Di tutto ciò rimane la statua marmorea della santa svedese ricoverata all’interno della nicchia posta sopra l’archivolto.
Purtroppo la fama di Salita Santa Brigida è legata, come ricordato da apposita lapide, all’attentato delle Brigate Rosse durante il quale il procuratore Francesco Coco e i due agenti della sua scorta vennero assassinati l’8 giugno 1976.
L’angusto caruggio è noto per aver ospitato in passato una popolare casa di tolleranza frequentata soprattutto da studenti e, dal 1866, i laboratori della storica fabbrica di cioccolato di Viganotti.
Anticamente era noto come vico dei Callegari, ovvero dei calzolai perché qui avevano le loro botteghe.
L’origine del toponimo attuale si deve invece al nome della famiglia Castagna accorpata poi a quella dei De Marini.
Tutta la contrada compresa tra Porta Soprana e Sarzano prende il nome dalla strada a mezza costa e parallela alle Murette che le collega.
Il toponimo Ravecca sarebbe un’evoluzione fonetica di Ruga Vecchia. Con il termine Ruga infatti nel Medioevo si identificava una strada maestra fra due ali di palazzi.
Si tratta di uno dei caruggi più coloriti e vivaci del centro storico. Una volta pullulava di forni, sciamadde e osterie. Oggi i locali che resistono si adattano ai cambiamenti dei tempi proponendo menù salutistici.
Fino a qualche anno fa lo slargo intitolato a Don Gallo nel cuore del ghetto ebraico genovese era un triste cumulo di decennali macerie post belliche.
Grazie al Comune che ha contribuito alla pavimentazione e alle associazioni di quartiere che lo hanno pulito, con in primis l’abbellimento floreale ad opera di “Princesa”, lo spiazzo il 18 luglio 2014 é diventato piazza in memoria – come recita la targa – di don Andrea Gallo prete di strada.
Particolare e significativo il disegno che, prendendo spunto da un pilastro di una loggia tamponata utilizzato a mo’ di tronco d’albero, rappresenta un bambino che annaffia la pianta.
Particolare disegno nella piazza”. Foto di Giovanni Caciagli.
Proprio come nei versi della celebre canzone di De Andre’, del resto siamo proprio nei pressi di Via del Campo, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
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In copertina: Piazza Don Andrea Gallo. Foto di Leti Gagge.
La creuza della Salita della SS. Incarnazione che deve il suo toponimo dall’omonimo monastero , detto anche delle “turchine” per via del colore dell’abito delle monache. Il complesso eretto nel 1604 in Castelletto sotto Corso Carbonara e Largo della Zecca dalla genovese Beata Maria V⁰ittoria de Fornari Strata (1562 – 1617) comprendeva due complessi attigui, separati da una strada, detti rispettivamente “Turchine di sopra” e “Turchine di Sotto”.
Dell’antico edificio scomparso restano i toponimi delle due vie di accesso Salita dell’Incarnazione appunto e Salita delle Monache Turchine che ne costeggia l’ultimo muro rimasto.
Le monache turchine si sono traferite dopo la prima guerra mondiale a San Cipriano portando con se i preziosi oggetti, i quadri, le secentesche sculture, gli arredi liturgici e il mobilio di maggior pregio.
Il risseu nella sua originaria collocazione all’interno del monastero.
La più significativa testimonianza del monastero rimane comunque il raffinato risseu del cortile interno del monastero che, recentemente restaurato dall’artista Gabriele Gelatti, fa bella mostra di se nel cortile di Palazzo Reale dove era stato ricostruito negli anni ’60 dal maestro Armando Porta.
Con l’apertura di Via XXV Aprile, nei primi decenni dell’Ottocento, il caruggio fu diviso in due (la parte verso Luccoli è infatti Vico Inferiore di Testadoro).
“Vico Inferiore Testadoro”. Foto di Giorgio Corallo.
Nei documenti antichi è indicato come Testa Auri (conchiglia o testa d’oro) il cui toponimo, secondo alcune fonti non certificate, deriverebbe dalla presenza in loco di un’omonima locanda.
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In copertina: Vico Testadoro. Foto di Raffaella Magherini.
Anticamente il caruggio era noto come vico Testadoro. Mutò il nome per non confonderlo con l’omonimo vicolo che, all’inizio di via XXV Aprile, ospita la famosa trattoria dalla “Maria”.
Da qui si accede al sagrato di S. Agostino, l’inconfondibile chiesa a fasce bicrome che costituisce forse il più significativo esempio di gotico in città.
Sul portale a sesto acuto risalta la secentesca lunetta con l’affresco del santo di G. B. Merano.
Al centro della navata un grande oculo con ai lati due bifore. In cima sono posti tre calchi di statue, i cui originali trecenteschi sono conservati nell’omonimo museo: S. Agostino – appunto – San Pietro e una Madonna con Bambino.
Sulla sinistra nel 1701 venne fondato il teatro di S. Agostino che, fino alla costruzione del Carlo Felice oltre un secolo dopo, fu il principale teatro cittadino.
Qui nel 1795 si esibì per la prima volta in pubblico un musicista tredicenne che con il suo violino avrebbe stregato il mondo intero: Niccolò Paganini.
Successivamente divenne prima Teatro Nazionale, poi cinema Aliseo e dal 1986 Teatro della Tosse.
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In copertina: Piazza Negri con la chiesa di S. Agostino e il teatro della Tosse.
La direttrice, detta appunto stradone, per via delle sue ragguardevoli dimensioni, di S. Agostino venne aperta nel 1670 con lo scopo di collegare piazza Sarzano, a quel tempo la principale della città, con il palazzo Ducale.
Ben presto l’arteria divenne snodo di traffico e transito vitale per la zona e percorso obbligato e privilegiato per le seguitissime processioni delle Casacce a capo delle quali vi erano Vescovo e Doge insieme.
Ancora oggi percorrendolo non mancano le attrattive: partendo da Sarzano possiamo ammirare infatti la chiesa, il museo di S. Agostino e l’omonimo teatro, attuale teatro della Tosse; di fronte si stagliano le imponenti Mura del Barbarossa con lo spettacolare portone di accesso al Palazzo del Vescovo, odierna sede della facoltà di Architettura; in fondo infine si arriva allo scrigno di San Donato con il suo inconfondibile campanile.
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In copertina: Stradone S. Agostino. Foto di Leti Gagge.