Ormai i portici di Via Filippo Turati fanno parte consolidata del nostro patrimonio affettivo ma c’è stato un tempo in cui al loro posto v’era un pezzo della vera Genova medievale.
I quattro palazzi ottocenteschi, ridondanti di stucchi, che sovrastano i portici che avrebbero dovuto ospitare eleganti esercizi commerciali legati al porto (Bollo Nautica resiste ancora), anche se ormai ci siamo abituati, sono fuori completamente avulsi dal contesto.
I lavori di abbattimento della Ripa (1835-1840) si resero necessari per l’apertura di via San Lorenzo e qualche anno più tardi nel 1861 con l’unità d’Italia si decise di allargare l’ex tracciato della Ripa intitolandolo al re Vittorio Emanuele II.
Lo scopo dichiarato era quello di migliorare la viabilità verso il levante cittadino e di aumentare gli antistanti spazi portuali destinati alle movimentazioni delle merci.
Nel 1946 il nome della strada cambierà in quello attuale intitolata a Filippo Turati uno dei fondatori a Genova nel 1892 del Partito dei Lavoratori italiani (il futuro Partito Socialista).
In Copertina: I portici di Via Turati. Foto di Giovanni Cogorno.
La citazione è tratta dal 7° ed 8° verso del sonetto XIV delle Rime Nuove scritte nel 1886 col titolo originale di “Ripassando per Firenze” e poi pubblicato col titolo definitivo “San Giorgio di Donatello”.
Presente l’effigie di San Giorgio, a completare i simboli storici di Genova, non poteva mancare nel cartiglio sottostante l’immagine del Grifone.
Prima della costruzione di Via Cantore quel tratto di via era intitolato proprio al poeta toscano perché era stato fra gli intellettuali che nel 1889 si era battuto per la salvaguardia del Palazzo San Giorgio che rischiava invece di essere abbattuto in nome della modernità.
Per l’occasione Carducci scrisse una poesia intitolata appunto “Palazzo di san Giorgio” rimasta un frammento, pubblicato come “aggiunta” alle “Odi Barbare – Rime e ritmi”:
Palazzo san Giorgio – aggiunta di poesie – XVII – luglio 1889.
«Stava su gli archi vigile vindice
«il grifio: sotto l’artiglio ferreo
«la lupa anelava, parea
«l’aquila stridere, franta l’ale.
«tale i nemici di Genova infrangere
«usa: diceva la scritta…
Il futuro premio Nobel per la Letteratura – a spiegarlo è egli stesso in un appunto autografo – usa volutamente il termine “grifio” come simbolo di Genova che preme un’aquila stemma dell’imperatore Federico, ed una lupa stemma di Pisa.
Chiaro il riferimento al secolare e glorioso motto di guerra della Repubblica “Griphus ut has angit sic hostes Ianua frangit” secondo il quale il Grifone artiglia con una zampa l’aquila e con l’altra la volpe (l’illustre letterato si era dunque confuso scambiando la volpe con la lupa).
Per questo in suo onore, a tramandarne memoria, sul palazzo sono stati trascritti i suoi versi.
In Copertina: Palazzo del San Giorgio a Sampierdarena.
A Lanterna de Zena l’è fæta a trei canti, Maria co-i guanti lasciæla passà. A tr’öue de nêutte e tutti l’han vista a fava a fiorista vestîa da mainâ. Cattæghe ‘na roba, cattæghe ûn frexetto cattæghe ûn ometto, pe fâla ballâ.
La Lanterna di Genova è fatta a tre angoli, Maria con i guanti lasciatela passare. Lavora di notte e tutti l’han vista faceva la fiorista vestita da marinaio. Compratele un vestito, compratele un nastro trovatele un ometto, per farla ballare.
Questa antica filastrocca popolare del ‘700 testimonia come da qualunque punto la si guardasse, la Lanterna mostrasse sempre tre lati.
In Copertina: La Lanterna di Genova. Foto di Antonio Corrado.
Intorno all’origine del termine genovese massacan che significa muratore in italiano, nel corso dei secoli sono fiorite diverse leggende.
Ad esempio quella legata al magico luogo di Campopisano che ha fornito spunto per una colorita spiegazione secondo la quale i Nobili genovesi portavano i loro figli a guardare i prigionieri ivi alloggiati mentre faticavano e, indicandoli dicevano con disprezzo:”Mia sta massa de can” (Guarda questa massa di cani).
D’altra parte che tra i due popoli non corresse buon sangue è testimoniato dal vecchio adagio che recita:
“Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”.
Altre fonti raccontano invece di un attacco turco alla città nel ‘500 sventato dalla prontezza e dal coraggio degli operai che stavano lavorando alla costruzione di porta Siberia, o meglio, del Molo.
Costoro avvistarono i saraceni all’orizzonte e al grido di “massa i can” (ammazza i cani) saltarono sulle galee e li respinsero.
Secondo i glottologi invece queste sono solo fantasiose ipotesi perché l’origine della parola, per la prima volta citata nel 1178 in relazione ad un tal Anrico Maçacano, magister antelamo savonese (cioè tagliapietre) che esercitava tale professione, risale all’etimo diffuso anche in altre lingue e dialetti con il significato di “ciottolo, pietra arrotondata” della quale ci si serviva per scacciare (ed eventualmente ammazzare) i cani molesti.
Da qui il passaggio a “sasso” in genere, poi a “pietra da costruzione” e infine, per estensione, nell’area ligure a “muratore”.
Se già in alcuni documenti savonesi nel 1272-1273 il termine significava “pietra da costruzione”, lo si trova per la prima volta in volgare genovese nel 1471 e poi nel 1475 legato ai magistri antelami che operavano a Caffa in Crimea.
(Piccolo dizionario etimologico ligure” del Prof Fiorenzo Toso ed. Zona 2015).
In Copertina: Cantiere medievale. Bibbia Maciejowski. Immagine tratta da historiemedievali.blogspot.com
Proprio qui in corrispondenza della Salita all’Arcivescovato basta alzare lo sguardo per scoprire i due ponticelli coperti che collegano fra di loro il Palazzetto, l’Arcivescovato e il Palazzo Ducale.
Questi passaggi erano utilizzati in passato dal Doge e dal Vescovo sia per muoversi indisturbati e lontani da occhi indiscreti all’interno dei palazzi del potere, sia per assicurarsi, in caso di necessità, una rapida via di fuga.
Un racconto a me molto caro che si perde nella notte dei tempi narra di una singolare coppia di frequentatori dei caruggi: il Diavolo e il Vento. Una sera il Diavolo, passando sotto l’Arcivescovato, disse all’amico che sarebbe salito a parlare con il Vescovo e di attenderlo lì sotto. Nel palazzo della Curia il Diavolo, evidentemente, si trovò proprio a suo agio visto che più non scese. Ecco perché in Salita all’Arcivescovato soffia sempre forte il Vento; perché questi è ancora lì sotto ad aspettare il Diavolo.
In Copertina: Salita dell’Arcivescovato. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.
Martedì 22 Marzo il Presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyi è intervenuto in collegamento diretto con il Parlamento italiano per riferire dei nefasti accadimenti bellici nel suo Paese.
Per esprimere la sua richiesta di aiuto Zelens’kyi è ricorso alla sfera empatica emozionale della platea paragonando le città colpite della sua terra a quelle italiane bombardate durante la seconda guerra mondiale.
Così la nostra Genova è stata assimilata a Mariupol’. Tale riflessione, soprattutto a livello locale, non è stata, forse perché non compresa appieno, correttamente interpretata.
Mariupol’ è una città di mare, un porto commerciale cruciale sul mare di Azov, proprio come Genova lo è sulla sponda del Mediterraneo.
Entrambe contano una popolazione attorno al mezzo milione di abitanti, Mariupol’ 432 mila, Genova 560 mila.
Mariupol’ oggi sotto attacco della Federazione Russa, Genova nel giugno del ’40 sotto le bombe francesi (anche se in quel caso fu l’Italia a dichiarare guerra) e nel febbraio del ’41 sotto quelle della Raf degli inglesi.
Nella cultura ucraina Genova è ben nota. A partire dal 1266 fino alla caduta per mano turca di Costantinopoli del 1453 la presenza genovese lungo i litorali era infatti radicata in almeno una dozzina di colonie: Caffa, Sudak, Sebastopoli, Balaklava, Jalta le principali e altre minori in Crimea; Azov e Taman sul Mare di Azov .
Mappa delle colonie genovesi. Portolano del ‘300. Foto di Vassile Ciapaiev
Per amministrare tali possedimenti nella penisola di Crimea identificati con il termine Gazaria venne addirittura creata un’apposita omonima magistratura i cui introiti sarebbero poi confluiti nel 1453 nel portafoglio del Banco di San Giorgio.
Di questi presidi lungo la costa, dislocati qua e là, restano superbe tracce di mura e fortificazioni.
Ancora fino al ‘800 le navi genovesi tornavamo dai porti del Mar Nero e di Azov in patria onuste di grano e di mercanzie varie.
In virtù di queste motivazioni non trovo pertanto nulla di offensivo, minaccioso o inopportuno nell’accorato appello ucraino.
Mi è semmai spiaciuto il mancato paragone come avveniva negli anni ’70 con la splendida, modello di architettura eclettica, Odessa, anch’essa meta commerciale delle nostre flotte nei secoli passati.
Forse ciò non è avvenuto perché Odessa, ad oggi, non è stata ancora bombardata o forse perché con il suo quasi milione di abitanti è fuori scala per una città -la nostra- che nel 1971 contava quasi 817 mila abitanti e puntava fiduciosa al milione.
Quasi 260 mila abitanti persi in mezzo secolo -questo si- dovrebbe far trasalire noi genovesi!
Se Mariupol’ è gemellata con Savona, Genova e Odessa lo sono dal 1972.
In Copertina: Mura e fortezza erette sull’antica città sul Mar Nero di Thira dai genovesi, dal XIII°, XIV° sec. a 50 km da Odessa. Furono cacciati dai Turchi nel 1484. Città di Bilhorod-Dnistrovskyi. Ucraina.
Vico Mezzagalera fa parte di quel gruppo di caruggi in zona delle Erbe che ospitò l’ultimo ghetto ebraico cittadino (in precedenza al Molo e in zona di Porta dei Vacca).
La contrada fu quasi completamente distrutta durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale e ricostruita, in maniera molto discutibile, in concomitanza delle Colombiadi.
In occasione degli scavi del 1992 furono ritrovate strutture murarie di epoca romana datate tra il I sec. a. C. e il I sec. d. C., una grande cisterna con relative condotte, un pozzo medievale, monete, ceramiche e soprattutto il famoso anfiteatro romano sottostante i Giardini Luzzati di Vico dei Tre Re Magi.
L’origine del toponimo rimanda alla presenza in loco di abitazioni che venivano ipotecate dalla Repubblica come garanzia per finanziare con denaro pubblico l’allestimento di navi di piccole dimensioni rispetto alle galee, dette appunto mezze galere.
In Copertina: Vico Mezzagalera. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.
Negli ultimi mesi del 2021 durante i lavori di preparazione per i la sistemazione del Museo della Città di Genova nella cinquecentesca Loggia dei Mercanti in Piazza Banchi è emerso uno straordinario ritrovamento archeologico.
Reperti. Foto di Armando Pittaluga
“Ad oggi il cantiere di scavo condotto dalla Soprintendenza ha messo in evidenza due isolati della città medievale, sepolti al momento della costruzione della Loggia nel 1595, separati da vicoli e fiancheggiati da un’antica strada, corrispondente all’attuale via degli Orefici. L’eccezionalità del rinvenimento consiste nello straordinario stato di conservazione degli ambienti, sigillati al momento dell’abbandono: una bottega e un fondaco, conservato con elevati che superano i 3 m di altezza. Al loro interno le strutture di approvvigionamento idrico (condutture, canalizzazioni, pozzi e cisterne) e gli apprestamenti per le attività commerciali e artigianali (banconi che sostenevano tavolati di lavoro e di stoccaggio delle merci).
Scavi. Foto di Armando Pittaluga.
La lettura delle stratigrafie murarie consente di valutare come il primo impianto medievale possa risalire già alla metà del XII secolo, cui seguirono successive modifiche e ristrutturazioni fin quasi al momento della demolizione alla fine del ‘500. La ricerca d’archivio, ancora in corso, ha consentito di individuare la proprietà degli immobili appartenente ad antichi gruppi nobiliari (gli Usodimare, i De Nigro e gli Imperiale), e ricostruire la maglia insediativa di questo specifico settore della città, centro della vita economica e finanziaria, con le attività dei notai, dei cambi valuta e le vendite pubbliche all’asta, tra cui le famose compere del Banco di S. Giorgio.
Strade, porte, scale, muri. Foto di Armando Pittaluga.
Si tratta di un sito medievale di grande valore, collocato in un contesto urbano eccezionale, che lascia presagire ulteriori nuove e interessanti scoperte che permetteranno di arricchire la storia della città nelle epoche più remote: dagli scavi emergono infatti le prime strutture e i livelli di vita di epoca romana, ricchissimi di frammenti di anfore provenienti dalle navi che attraccavano in porto, testimonianza preziosa di come la zona di Banchi attraverso i secoli abbia svolto il fondamentale ruolo di crocevia strategico tra il porto e la città.”.
Il sito da un altro punto di vista. Foto di Armando Pittaluga.
La descrizione, nelle parti a mio parere più significative, è presa dal sito del Comune di Genova:
Per tre giorni, a partire dal 17 febbraio, il sito sarà aperto al pubblico. Grazie ad Armando Pittaluga e Lorenza Rossi per la loro preziosa testimonianza fotografica.
Proprio il 17 febbraio del 2017 se ne andò il Professore che per primo intuì le straordinarie potenzialità della nostra città.
E’ vero a Genova non ha lasciato traccia del suo multiforme ingegno ma ciò non giustifica il fatto che Leon Battista Alberti sia uno dei genovesi, fra quelli illustri, più dimenticati.
L’umanista per eccellenza nasce infatti a Genova nel febbraio del 1404 da Lorenzo Alberti membro di una ricca famiglia di banchieri fiorentini in esilio e da Bianca Fieschi appartenente invece ad uno dei più antichi e potenti casati della Superba.
Leon Battista fu un genio poliedrico, una delle personalità più affascinanti del Rinascimento: scrittore, architetto, crittografo, matematico, filosofo, musicista, linguista e persino archeologo.
I suoi trattati il “De pictura”, il “De statua” e il “De re aedificatoria” cambieranno i canoni precedenti ed amplieranno gli orizzonti delle rispettive discipline: nel primo definisce il concetto di prospettiva, nel secondo conferisce dignità come opera dell’ingegno e non solo manuale alla scultura e nel terzo stila un manuale per l’edilizia pubblica e privata, sia civile che militare.
Le sue opere architettoniche più celebri sono: le facciate del Palazzo Rucellai e della Basilica di Santa Maria Novella, la cappella del santo Sepolcro nella chiesa di San Pancrazio a Firenze, i rifacimenti delle chiese di San Sebastiano e di S. Andrea a Mantova, il tempio malatestiano a Rimini.
“Ieri passò, domani non ha certezza. Vivi tu adonque oggi”.
Cit da “Sentenze pitagoriche”. Leon Battista Alberti (Genova 14/18 febbraio 1404 – Roma 20/25 aprile 1472).
In Copertina: Statua di Leon Battista Alberti, piazza degli Uffizi a Firenze.
Le sciamadde, dal termine genovese sciamadda ovvero “fiammata”, costituiscono caratteristico patrimonio della gastronomia genovese.
Difficile raccontarle perché, un po’ friggitorie, un po’ rivendite di torte, un po’ forni, un po’ rosticcerie, vanno frequentate, vissute e annusate.
Eppure questi spartani locali con le pareti rivestite con le classiche piastrelle bianche, il bancone di marmo e i tavoli di legno tipo osteria, custodiscono i sapori più autentici della tradizione.
Interno dell’Antica Sciamadda di Via San Giorgio. 14r Foto di Maurizio Romeo.
La loro origine risale intorno al tardo ‘600 quando Genova aveva il monopolio del sale. Le sciamadde, fornite di forni dove si potevano anche cuocere torte e focacce, venivano infatti utilizzate come vendita al dettaglio del prezioso minerale.
La principale caratteristica della sciamadda è proprio la proposta delle: torta di bietole, di cipolla, di riso, di carciofi e Pasqualina non possono mancare.
Le torte sul bancone dell’Antica Sciamadda di Via San Giorgio 14r. Foto di Maurizio Romeo.
Così come non possono mancare il polpettone e le verdure ripiene, la farinata, la panissa sia fritta che condita con olio e aceto o limone, i friscioeu e i cuculli.
I friscioeu sono frittelle aromatizzate con salvia tritata e/o rosmarino, maggiorana ed erba cipollina. I cuculli sono identici ma preparati con la farina di ceci al posto di quella zero.
Antica Sciamadda di Via San Giorgio 14r.
Questi luoghi del gusto povero, popolare ma sincero, veri antesignani del moderno street food, vanno purtroppo scomparendo.
Le sciamadde raggiunsero infatti la massima diffusione a cavallo tra ‘800 e ‘900 quando nei caruggi si potevano trovare un po’ ovunque. Oggi, a presidiare il territorio e a preservare la tradizione -spero di non averne dimenticato qualcuna- ne rimangono circa una decina: Trattoria Sciamadda di Ravecca 19r, Antica Friggitoria Carega in Sottoripa 113r, Le Delizie dell’amico in Canneto il Lungo 31r, Antica Sciamadda in Via San Giorgio 14r, Sa Pesta in Via dei Giustiniani 16r, Farinata dei Teatri in Piazza Marsala 5r, Ostaja San Vincenzo nell’omonima via al 64r, da Domenico in Piazza Giusti 56r, Franz & Co in Via Struppa 81r e Ristorante Vexima a Voltri in Via Cerusa 1r.
Buon appetito!
In copertina: La Sciamadda di Ravecca. Foto di Stefano Eloggi.