Nella chiesa di S. Stefano è conservato uno dei quadri più importanti di tutto il ‘500, la “Lapidazione di Santo Stefano” di Giulio Pippi de’ Jannuzzi, detto il Romano.
Se Rubens a Genova con il morbido stile della sua “Circoncisione” influenzò il ‘600, Romano fece altrettanto con la sua raffaellesca “Lapidazione” per il ‘500.
Quest’opera divenne infatti punto di riferimento e modello della riscoperta della grande cultura romana che l’illustre artista manierista portò al nord a Genova, prima ancora che a Milano, Mantova e Venezia.
Il Martirio di S. Stefano rappresenta infatti il monumento, il trionfo, l’apogeo del classicismo, una vera e propria celebrazione del maestro indiscusso del Rinascimento, l’appena scomparso Raffaello.
L’opera in origine commissionata nel 1519 al genio urbinate l’anno prima della sua morte, fu invece realizzata nelle Stanze Vaticane dal suo allievo Giulio Romano che, evidentemente, aveva avuto modo di vedere i disegni e i bozzetti del Maestro.
Ma il Romano non procede solo ad una fedele e puntuale esecuzione dell’opera: laddove possibile – infatti – osa, riuscendo nel suo ambizioso intento, migliorare il progetto dell’illustre mentore con qualche personale e azzeccata correzione.
Ed ecco quindi che il Martire, protagonista assoluto, sta al centro, mentre i suoi assassini gli si schierano attorno a semicerchio.
Tra l’apparizione della Trinità in cielo fra angeli che trasfigurano in pura luce e la scena del martirio, sulla linea dell’orizzonte si apre dunque uno spazio per un paesaggio di rovine, in una luce radente, quasi artificiale, certo innaturale perché emanata dall’aureola divina che il pittore fa coincidere con il sole.
L’artista cita poi monumenti antichi, terme, templi, ponti, obelischi e riesce a conferire sia dinamicità alla complessa scena che energia alla moltitudine dei personaggi e plasticità ai movimenti dei loro corpi.
Le terme romane in rovina sullo sfondo sono allegoria del decadimento morale e fisico del mondo pagano che, proprio dai ruderi dell’edificio classico, attinge le pietre per compiere la lapidazione del santo.
L’immagine del volto di Stefano che appare serenamente rassegnato in accentuato contrasto con le indemoniate e bestiali espressioni dei suoi carnefici conferisce alla rappresentazione una potenza sovrumana.
“E’ classificabile tra i veleni corrosivi, tra i fermentativi, e tra i vaporosi; e quanto alla sua sostanza, non dubito d’affermare che sia un sottilissimo Arsenico”.
Con queste parole il settecentesco medico Bartolomeo Alizeri descriveva il morbo nel suo “Della peste, cioè della sua natura, e de’ Rimedi per la preservazione e per la cura” e definiva il flagello principe, la morte nera, uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.
Nella parte inferiore del quadro si nota un gruppo di monatti all’opera nei pressi dell’erigendo Albergo dei Poveri, intenti a seppellire i cadaveri degli appestati.
La scena immortalata fotografa l’epidemia di “manzoniana memoria” del 1630, cui l’artista stesso era sopravvissuto e che aveva causato 50000 vittime.
Non meno catastrofica fu quella, forse ancor più celebre, del 1656/1657 che secondo alcuni diminuì di due quinti, per altri addirittura dimezzò la popolazione, che annoverava a quel tempo circa 90000 abitanti.
Nella primavera del 1656 si manifestarono i primi casi, in forte aumento nei mesi estivi; l’inverno parve rallentare la diffusione del morbo ma all’inizio dell’anno successivo la peste esplose nuovamente in tutta la sua nefasta virulenza.
Non fu sufficiente, vista l’emergenza, trasformare solo l’ospedale di Pammatone in lazzaretto, ma fu necessario approntarne altri: a quelli realizzati presso la chiesa della Consolazione e nella zona della Foce se ne aggiunsero presto altri a Sampierdarena, Cornigliano e nel resto della regione.
La medicina brancolava nel buio adottando rimedi assai poco scientifici come, ad esempio, l’utilizzo come medicamento di polveri di pietre preziose che spesso – invece che guarire – fungevano da veleno.
Anche le precauzioni erano piuttosto fantasiose: per limitare il contagio si aspergevano di aceto e profumi le missive provenienti da zone ritenute a rischio e, sulla base delle prescrizioni consigliate da Aristotele che riteneva tale cibo immune dal contagio, si raccomandava di consumare pesce.
Cautele più sensate che adottiamo ancora oggi erano invece quelle concernenti veti e blocchi relativi all’arrivo di merci e viaggiatori.
Inoltre gli indumenti dei sospetti contaminati, molto pragmaticamente, venivano come del resto i cadaveri delle vittime, bruciati.
Considerate le scarse condizioni igieniche del tempo non apparivano invece insensate misure quali la bonifica delle fognature e la dotazione di casacche di tela cerata per chi operava a stretto contatto con i contagiati.
“Il medico della peste con la sua caratteristica mascera a becco”.
La corporazione dei profumieri assumeva di conseguenza in questo contesto grande importanza e prestigio. A costoro era infatti affidato il compito sia di disinfestare i locali occupati dai malati che di predisporre, dotandola di sostanze, spezie, ed essenze odorose, la caratteristica maschera con il “becco” dei medici.
Nel ‘700 la peste parve allentare la presa ma solo per lasciare spazio nel secolo successivo ad un altro non meno spietato nemico: il colera.
Quelle del 1835, 1848/49, 1854, 1866/67 e 1884/1893 furono le epidemie più nefaste per la nostra città.
In copertina Madonna e san Simone Stock, 1657, della chiesa di Nostra Signora del Carmine.
“Nella primavera del 1657, in mezzo ad una lieta calma, si udì che il contagio di bel nuovo ripullulava; gli abitanti più agitati fuggivano dalla città, vedendo com’esso imperversando si annunziava piuttosto colla morte, che colla malattia: assai presto a migliaia n’erano spenti, onde una confusione indicibile rendeva inutili le cautele benefiche già prese.
Disertavano i magistrati nelle vicine ville: solo il magnanimo doge Giulio Sauli rimanevasi impavido, quantunque il fiero morbo fosse penetrato nello stesso palagio, e ne decimasse gli uffiziali e le guardie.
A rappresentare gli orrendi effetti dell’ineffabil disastro, e la strage immensa ch’iva facendo nel modo più miserevole, ci verrebbero meno gli acconci colori. Il savio e generoso doge bramava pure di arrecare qualche sollievo a sì gran calamità, ma ogni provvedimento riusciva indarno. Facea sibbene che i varii lazzaretti da lui di fresco stabiliti abbondassero d’ogni cosa necessaria: elargiva soccorsi a chiunque ne abbisognasse; non ometteva veruna diligenza perché si conservasse il buon ordine; e quantunque già il palazzo pubblico si vedesse pieno di morti, pure voleva che ne stessero aperte le porte, e dava libera udienza a chiunque ne richiedesse.
I lazzaretti rigurgitavano di moribondi, e di morti: venian meno i medici, i sacerdoti, gli infermieri, i farmaci, le provvigioni: vedevansi morti, o agonizzanti per le piazze, per le vie, per le case, per le scale: non s’incontravano che cadaveri malamente affastellati su carri e condotti a sepoltura… Il contagio sempre inferociva, e inferocì per lo spazio di diciassette mesi, durante i quali perirono nella sola Genova circa settanta mila persone”.
Brano tratto dal volume di Giovanni Battista Spotorno inserito nel “Dizionario Geografico Storico Statistico Commerciale de gli Stati di S. M. il Re di Sardegna” (Torino 1840).
Nel quadro del celebre artista sarzanese Domenico Fiasella, realizzato nel 1658 su commissione della Repubblica, si riconoscono oltre alla Lanterna, la loggia di Banchi e la chiesa di San Domenico.
In alto a sinistra si notano il Diavolo che soffia il suo pestilenziale alito sulla città e la Morte che mulina la sua imparziale falce. La nera mietitrice non fa distinzione tra nobili e poveri, colpendo sia gli uni riccamente addobbati, che gli altri o nudi o di stracci vestiti.
A fianco del faro cittadino è raffigurata una nave, protagonista di una storia assai curiosa, che si arena sulla scogliera di Sestri Ponente.
Tale imbarcazione colma di cadaveri era destinata infatti, come da prassi del tempo, a bruciare al largo ma, senza governo e a causa dei venti contrari, si schiantò sulla costa restituendo alla Superba, foriero di sventura, il mortifero e nauseabondo carico.
In copertina “La peste di Genova” dipinto di Domenico Fiasella. Collezione della Fondazione di Galleria Palazzo Franzoni Genova.
Alle 14.30 del 23 giugno del 1950 Stanlio ed Ollio scesero alla stazione di Piazza Principe ed alloggiarono al Bristol Hotel.
A giudicare dall’enorme folla che aveva bloccato il traffico nell’antistante Piazza Acquaverde la popolarità dei due comici, in declino in America, qui da noi era ancora all’apice.
La sera stessa, dopo una breve esibizione sul palco, parteciparono alla proiezione in loro onore di “Fra Diavolo” in un Carlo Felice ancora dilaniato dalle bombe e stracolmo di spettatori.
Tre anni dopo fu la volta di un’altra vecchia gloria delle comiche hollywoodiane Buster Keaton ad approdare nel porto genovese.
Nelle sue “Memorie a rotta di collo”così annotava il comico, ormai sul viale del tramonto e stupito di essere stato invece riconosciuto:
«Ero sul ponte della nave e guardavo un gruppo di stivatori che lavoravano sul molo, otto metri più sotto. Uno di loro mi riconobbe, chiamò i suoi compagni e mi indicò. Subito tutto il gruppo smise di lavorare e cominciò a urlare: “Booster! Booster Keaton!”. Mi salutavano eccitati, e io li risalutai con la mano, stupito, perché dovevano essere passati più di quindici anni dall’uscita del mio ultimo film”.
Foto dei due comici in viaggio tra Sanremo e Genova, archivio Leoni
Fonte “Forse non tutti sanno che a Genova…” di Aldo Padovano.
In copertina: sfarzoso salone dell’Hotel Matignon.
Raffaele aveva ereditato il cognome dal nonno paterno doge di Genova e una cospicua fortuna dal padre Andrea.
Del prodigo mecenate ho già parlato in altre occasioni, accenno qui in breve invece al grande speculatore.
A soli 26 anni, fresco di nozze con Maria Brignole Sale, il futuro Duca di Galliera e Principe di Lucedio, nell’autunno del 1829 partì per Parigi dove fin dagli inizi seppe occupare, grazie ai suoi rapporti strettissimi con Luigi Filippo e la sua corte, un posto di rilievo nella buona società e nelle alte sfere del potere.
De Ferrari dimostrò subito enorme fiuto per gli affari, capacità relazionali fuori dal comune con l’alta finanza europea e abilità nel diversificare gli investimenti: dalle banche agli immobili, dall’edilizia alle miniere, dalle società alle ferrovie, alle attività portuali.
Fu socio fondatore di diverse banche fra le quali la Banca di Genova, quella ottomana di Istanbul e di numerosi istituti creditizi francesi, investì nelle miniere di zinco e rame, partecipò attivamente alla ristrutturazione urbanistica di Parigi finanziando la risistemazione degli degli Champs-Elysées, dell’avenue Montaigne, dei lungo senna e con gli sventramenti sulla Rive Gauche.
“Hotel Matignon”.
Ma il vero business e pallino del Duca De Ferrari furono le ferrovie. Fu infatti insieme agli Rothschild il principale promotore della messa in rotaia del nord della Francia. Ebbe in concessione, fra le altre, le linee Parigi Marsiglia e Lione Ginevra.
In Italia acquisì le ferrovie del lombardo veneto austriaco, quelle dell’Italia centrale (Emilia e Toscana), delle due riviere in Liguria e nel 1860, dopo l’unità del Paese, quelle borboniche del sud. In Spagna foraggiò inoltre la linea del norte del Paese.
A Parigi diverse proprietà testimoniano ancora oggi l’immensa potenza e ricchezza del casato:
“I luoghi parigini dei Galliera”. Mappa realizzata da Matteo Frulio.
1 Museo Galliera (odierno Museo della Moda)
2 Rue Saint Dominique (Residenza dei genitori)
3 Hotel de Matignon dimora dei duchi (attuale residenza del Primo Ministro francese)
4 Saint Philippe (fondazione per gli orfani)
5 Maison Blanche alloggio di campagna della duchessa (oggi proprietà privata e non parco pubblico come erroneamente indicato nella foto).
L’ho trovato intento ad ammirare perplesso il chiostro di S. Andrea e quando l’ho chiamato, si è rivolto a me con un’espressione smarrita, bofonchiando:
“E questo cos’è?, ai miei tempi non c’era! o meglio esisteva ma si trovava non lontano da qui, tra il colle di S. Andrea e Piazza San Domenico.
Mi ha guardato sconsolato dichiarandosi confuso molto più qui sulla terra ferma oggi che nell’oceano oltre 500 anni fa, che gli sembrava di aver abitato un tempo in questa zona e di aver riconosciuto l’antica Porta, senza però trovare la sua dimora.
– “Allora è vero che non lei non è genovese – lo provoco io – non vede la targa affissa su questa abitazione che certifica qui la sua permanenza?”
“Casa di Colombo in Vico dritto di Ponticello”. Foto di Leti Gagge.
Mi fulmina col suo sguardo severo e autoritario e risponde con un tono che non ammette repliche:
– “Non scherzare amico, io sono nato a Genova nel 1451 da mio padre Domenico originario di Terrarossa una frazione di Moconesi in Val Fontanabuona e da mia madre Susanna proveniente da Fontanarossa, odierno quartiere di Quezzi in Val Bisagno (anche se altri insistono sull’omonimo toponimo della Val Trebbia).
Da piccolo ho abitato, così mi ha raccontato mio padre, in una casa in Vico dell’Olivella accanto all’omonima Porta di cui egli era custode.
“Porta dell’Olivella nei pressi di S. Stefano”. Foto di Paola Bertino.
Con la caduta in disgrazia per motivi politici del babbo ci siamo trasferiti – così raccontava mia madre, io avevo 4 anni e ricordo poco – in Ponticello, dove ci troviamo adesso, anche se a parte Porta Soprana fatico a riconoscere questi luoghi un tempo a me familiari.
Qui papà esercitava la professione del lanaiuolo e, per arrotondare, smerciava anche vini e formaggi.
Negli anni’70 i miei si sono spostati a Savona per prendere in gestione un’osteria ed io, fra un viaggio e l’altro, ho abitato con loro.
Visto che il mio primo ingaggio marittimo è avvenuto quando avevo 14 anni, già da tempo la mia casa infatti era diventata il mare”.
– “D’accordo Sig. Colombo ma a parte questi sbiaditi ricordi della sua infanzia come può – lo incalzo scettico – dimostrare i suoi natali?”
– “Giovanotto, innanzitutto, quando si rivolge ad un ammiraglio della Repubblica di Genova, del Portogallo, della Castiglia e di Spagna, si metta sull’attenti e rammenti che, dopo il re, è la più alta carica e autorità militare. Chiuda dunque quella bocca impertinente e mi stia ben a sentire:
durante la preparazione del quarto e ultimo viaggio per il Nuovo Mondo ho inviato il 2 aprile del 1502, per mezzo di Francesco Rivarolo, fidato e illustre banchiere mio concittadino in Sicilia, a Nicolò Oderigo, già ambasciatore genovese in Spagna, un plico contenente una raccolta di copie di lettere, una copia del Libro dei Privilegi, una lettera indirizzata al Banco di san Giorgio, una lettera per due altri miei amici genovesi e alcune istruzioni da trasmettere a Santiesteban a cui ho affidato il compito di conservare il tutto in un luogo sicuro e di metterne a conoscenza mio figlio Diego.
“Riproduzione del Libro dei Privilegi, una raccolta di contratti, decreti reali, privilegi, concessioni, lettere, ordinanze e documenti vari indirizzati a Colombo dal momento in cui i reali spagnoli accolsero la sua propostadi Buscar el levante por el poniente, verso le Indie”.
Inoltre, per tutelarmi da spiacevoli sorprese, ho affidato gli originali a Gasparre Gorricio perché li custodisse nel monastero di Las Cuevas a Siviglia.
Ne ho prodotto poi quattro copie: la prima l’ho lasciata ad egli stesso, la seconda ad Alonso Sanchez de Carvajal perché la portasse alle Indie, la terza ho chiesto appunto al Rivarolo di inviarla a Nicolò, al quale due anni più tardi ho inviato per maggior sicurezza anche la quarta.
Delle due copie genovesi – mi dicono – una è finita una in Francia requisita da Napoleone, l’altra invece dopo varie peripezie rimasta al Comune, è ora visibile nella mia città natale presso il Museo Galata”.
– “Parole, Eccellenza, soltanto parole. Ma di concreto, che documenti e prove ha accampato a sostegno della sua tesi che possano essere ancora oggi attendibili e consultabili a Genova? Verba volant scripta manent!”
– “Se lei fosse un marinaio del mio equipaggio avrei già punito la sua sfacciata arroganza che – per altro – è pari solo alla sua incommensurabile ignoranza, mettendola ai ferri a marcire in sentina, o al sole a bruciare sul ponte.
Perciò stia zitto, non mi interrompa con queste inopportune osservazioni e, soprattutto, non abusi della mia limitata pazienza!
Nel 1504 ho inviato a Siviglia per mezzo di Francesco Cetanio un’altra copia del Libro dei Privilegi con la raccomandazione di metterla al sicuro insieme alla precedente.
In quell’occasione consegnai a Francisco de Ribarol altre due lettere indirizzate al Banco di San Giorgio.
“Lettera indirizzata al Banco di San Giorgio. Il documento è custodito presso il Museo Galata nell’apposita sala dedicata all’ammiraglio”. Immagine tratta dal web.
Benché il corpo cammini qui, il cuore sta lì di continuo.
Questo mio incipit, già la diceva lunga e non lasciavo spazi ad equivoci o fraintendimenti.
Nella missiva proseguivo informando i rettori del Banco che lasciavo a mio figlio Diego il compito di versare annualmente a Genova la decima parte della rendita che avrebbe ricavato dai suoi redditi e privilegi, in sconto delle gabella sul grano, sul vino e su altre provviste che gravavano sul popolo. Raccomandavo inoltre ai Protettori del Banco di vegliare su di lui”.
– “Ciononostante nei secoli successivi, Quinto, Savona, Cogoleto, Albisola, Terrarossa, Chiusanico, Cuccaro Monferrato Bettola e Piacenza, per non parlare di Calvi in Francia, hanno millantato i suoi natali.
Che dire poi delle sue presunte origini ebraiche sefarditiche, catalane, galiziane o andaluse in Spagna, portoghesi e cubane?”
– ” Tutte fandonie!
Ci mancava solo dicessero che fossi il figlio di un re in Polonia, o nipote di un Papa in Vaticano e poi le avrebbero trovate tutte pur di fregiarsi della mia fama”.
– “Non vorrei contraddirla – illustrissimo Viceré delle Indie – ma hanno già insinuato anche a questo: secondo i polacchi lei sarebbe Segismundo Henriques, figlio di Ladislao III re di Polonia; a Sanluri in Sardegna sostengono invece che lei sia Cristoval De Sena Piccolomini imparentato con il futuro Papa Pio II”.
A sentire questa serie di fantasiose sciocchezze l’esploratore del Nuovo Mondo, scuotendo il capo piuttosto contrariato, sentenziava:
– “Eppure già nel mio testamento datato 22 febbraio 1498 avevo messo per iscritto la raccomandazione rivolta a mio figlio Diego di adoperarsi sempre per il bene, l’onore e l’accrescimento della città di Genova, donde – soggiungi -trassi origine e nacqui”.
Prima di salutarci l’ho accompagnato in Darsena al Museo Galata nella sala a lui dedicata dove riposano le sue ceneri (ritornate da Santo Domingo) e sui moli a vedere il mare, il suo mare.
“31 Maggio 1945 i soldati della 92^ divisione Usa Buffalo Soldier al comando del generale Ned Almond restituiscono, in una solenne cerimonia celebrata sotto sotto l’Arco dei Caduti in Piazza della Vittoria, le ceneri di Colombo. Tali reliquie custodite in una teca furono inizialmente conservate a Palazzo Tursi, oggi sono visibili nella sala dedicata all’illustre navigatore presso il Museo Galata”. Proprietario delle foto Bruno Aloi Presidente del Comitato Nazionale Cristoforo Colombo.
– “Per me, ammiraglio, oltre che un onore, è stato un piacere conversare con lei. Spero abbia perdonato la mia goliardica insolenza e non mi voglia annoverare fra i suoi detrattori?”
Avvolgendosi nel suo grande mantello di velluto nero il comandante mi ha congedato con gesto austero e, mantenendo comunque le distanze, come si addice ad un nobile del suo rango, ha proclamato orgoglioso con voce stentorea:
“Sun zeneize e no ghe mòllo”.
Chissà se mi avrà perdonato?
In copertina ritratto di Cristoforo Colombo eseguito nel 1520 da Ridolfo del Ghirlandaio esposto presso il Museo Galata di Genova.
Riccardo Reuven Pacifici (Firenze, 18 febbraio 1904 – Auschwitz, 11 dicembre 1943) è stato un rabbino italiano, vittima dell’Olocausto.
Pacifici era discendente da un’antica famiglia sefardita di origine spagnola e di tradizione rabbinica stabilitasi in Toscana, dapprima a Livorno e successivamente a Firenze, la cui presenza è documentata in quella regione già nel XVI secolo.
Terminato il Liceo Classico Riccardo si iscrisse all’Università di Firenze dove nel 1926 si laureò con lode in lettere classiche. Nel 1927 conseguì, presso il Collegio Rabbinico di Firenze, il titolo di Chachàm ha shalèm (Rabbino maggiore).
Prima ottenne l’incarico di vice rabbino di Venezia dal 1928 al 1930, poi quello di direttore del Collegio Rabbinico di Rodi dal 1930, infine di Gran Rabbino di Rodi fino al 1936.
In quell’anno gli fu affidata, in qualità di Rabbino Capo, la sinagoga di Genova. Compito che Pacifici assolse con zelo fino al giorno della sua deportazione.
Infatti, nonostante le ripetute minacce ricevute, non volle abbandonare la Comunità di Genova di cui si sentiva responsabile e capo spirituale.
Il carisma del rabbino aveva più volte messo in soggezione i vertici tedeschi cittadini. Fu così che venne catturato con l’inganno dai nazisti e deportato ad Auschwitz dove morì con la moglie Wanda Abenaim e molte altre persone appartenenti alla famiglia Pacifici.
“La lapide in onore di Pacifici all’esterno della Sinagoga di Genova”.
Genova non ha voluto dimenticare né l’abnegazione con cui Pacifici ha prestato soccorso ai suoi correligionari, né il senso di appartenenza dimostrato, in un momento di grande pericolo, alla città che lo aveva accolto.
Nel 1966 gli è stata intitolata una piazza nel quartiere di Castelletto sulle alture della città: Largo Riccardo Pacifici.
In sua memoria inoltre il 29 gennaio 2012 a Genova è stata collocata uno Stolpersteine (pietra d’inciampo) sul marcia piede, davanti a Galleria Mazzini (lato Carlo Felice), luogo dove venne catturato dai nazisti il 3 novembre 1943.
L’alto prelato genovese si era distinto nella trattativa della resa nazista avvenuta nella sua residenza di Villa Migone nell’aprile del 1945.
Inoltre il cardinale si era attivato, aderando alll’associazione clandestina Delasem, per aiutare gli ebrei a sfuggire dal regime nazista. Per questa sua attività meritoria l’arcivescovo di Genova è stato nominato”Giusto fra le Nazioni” ed è uno dei soli quattro membri del clero che in Italia hanno ricevuto questo autorevole riconoscimento.
Boetto morì il 31 gennaio 1946 in seguito ad una crisi cardiaca ed ebbe giusta sepoltura con il massimo degli onori nel principale tempio cittadino.
L’epigrafe commemorativa alla base del sarcofago recita:
PETRUS CARD. BOETTO S.J. ARCHIEP. GENUEN. CIVITATIS DEFENSOR 1871-1946.
Con la sua scomparsa ebbe inizio l’epoca del suo successore Giuseppe Siri il cui mandato fu il più lungo, durato ben 41 anni fino al 1987, della storia della diocesi genovese.
A realizzare la scultura fu l’artista celebre, fra le sue tante opere, per il monumento subacqueo del Cristo degli Abissi collocato nei fondali davanti a San Fruttuoso.
Ma lo stupore non finisce qui perché alzando lo sguardo dietro al monumento si rimane estasiati dalla bellezza dell’Ultima Cena di Lazzaro Tavarone.
L’affresco dipinto nel 1626 in origine si trovava nel refettorio dell’ospedale Pammatone e venne trasferito in cattedrale quando il nosocomio, nel dopoguerra, venne demolito e smantellato.
Fra le innumerevoli opere d’arte di questo straordinario pittore basti ricordare il – a tutti familiare – prospetto di Palazzo San Giorgio decorato con le effige dell’omonimo santo.
A genova invece la festa della Befana, “Basara” in genovese, non solo non è l’ultima delle feste come vuole il noto proverbio che “l’Epifania tutte le feste porta via” ma è la prima di quelle importanti dell’anno appena iniziato e, proprio per questo, viene chiamata “Pasqueta” perché precedente anche la Pasqua. Secondo questa concezione, di conseguenza, il giorno dopo Pasqua non può più essere Pasquetta ma semplicemente il lunedì dell’Angelo.
Dal termine greco ἐπιφάνεια, epifáneia si arriva per storpiatura attraverso bifanìa e befanìa alla parola che identifica la festa dell’Epifania.
Negli antichi riti pagani intrisi di influenze mitraiche prima e celtiche dopo, tale ricorrenza era legata ai cicli stagionali dell’agricoltura, in relazione sia al raccolto dell’anno appena trascorso che, a scopo propiziatorio, per quello dell’anno futuro.
Gli antichi Romani ereditarono tali riti, associandoli quindi al calendario romano, e celebrando, appunto, l’interregno temporale tra la fine dell’annosolare, fondamentalmente il solstizio invernale e la ricorrenza del Sol Invictus.
La dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita attraverso Madre Natura.
I Romani credevano che in queste dodici notti (il cui numero avrebbe rappresentato i dodici mesi dell’innovativo calendario romano nel suo passaggio da prettamente lunare a lunisolare, probabilmente associati anche ad altri numeri e simboli mitologici) delle figure femminili volassero sui campi coltivati, per propiziare la fertilità dei futuri raccolti, da cui il mito della vecchina “volante”.
Secondo alcuni, tale figura femminile fu dapprima identificata in Diana, la dea lunare non solo legata alla cacciagione, ma anche alla vegetazione, mentre secondo altri fu associata a una divinità minore chiamata Sàtia (dea della sazietà), oppure Abùndia (dea dell’abbondanza). Un’altra ipotesi collegherebbe la Befana con un’antica festa romana, che si svolgeva sempre in inverno, in onore di Giano e Strenia (da cui deriva anche il termine “strenna”) e durante la quale ci si scambiavano regali.
Un’altra leggenda racconta invece di una solitaria vecchina che viveva isolata da tutti e passava il tempo a cucire calze. Un giorno alla sua porta bussarono i Re Magi che la invitarono a seguirla per portare i loro doni a Betlemme dove stava per nascere il Salvatore.
La Befana rifiutò di accodarsi ma, per non essere scortese, lasciò comunque appesa una calza vuota da portare al nascituro.
Quando anni dopo ebbe notizie del Redentore comprese che quel bambino che aveva snobbato era Gesù.
La Befana pentita si vergognò della propria meschineria. Non sapeva darsi pace per il disonore.
Finché una notte Gesù le apparve in sogno e la perdonò.
Da allora la vecchia carampana cavalca la sua scopa per portare ad ogni bambino una calza colma di piccoli doni e leccornie.
La Befana è una bonaria vecchina che nulla ha a che fare, nonostante la scopa e alcuni tratti in comune, con le streghe. Non veste di nero, né calza stivali o indossa cappelli a punta. Si copre infatti con un fazzolettone di stoffa pesante (la pezzóla) o uno sciarpone di lana annodato in modo vistoso sotto il mento e vola, al contrario delle fattucchiere, con il manico alle spalle e le ramaglie davanti.
I Re Magi del Presepe della Madonnetta. Foto di Leti Gagge.
Da queste tradizioni pagane si ha poi il passaggio, con il Cristianesimo, alla simbologia della prima manifestazione (epifánein in greco significa apparire, mostrarsi) di Gesù in pubblico, presentato dunque ai Re Magi.
La Befana passando dal camino rappresenta l’unione fra cielo e terra e con il suo passaggio segna l’apertura del nuovo anno. Per questo è rappresentata vecchia e brutta e i suoi fantocci a immagine dell’anno appena trascorso venivano bruciati.
Da 1 al 6 gennaio la sua comparsa simboleggiava rigenerazione e prosperità. Non a caso nella notte fra il 5 e il 6 il ciclo del rinnovamento si compie e il mondo cambia, si trasforma: gli alberi si caricano di frutti, le acque sono oro liquido, e le fanciulle pongono foglie d’ulivo.
A Genova invece la festa della Befana, “Basara” in genovese, non solo non è l’ultima delle feste come vuole il noto proverbio che “l’Epifania tutte le feste porta via” ma è la prima di quelle importanti dell’anno appena iniziato e, proprio per questo, viene chiamata “Pasqueta” perché precedente anche la Pasqua. Secondo questa concezione, di conseguenza, il giorno dopo Pasqua non può più essere Pasquetta ma semplicemente il lunedì dell’Angelo.
La Basara, accompagnata dal vecchio marito la cui presenza si è poi pian piano smarrita nei tempi, in origine portava i suoi regali e il suo carbone e aglio in gerle di vimini o in sacchi di iuta sfatti e slabbrati che assumevano la forma di calzettoni enormi.
Il carbone, o la cenere, infatti erano un simbolo rituale dei falò che inizialmente venivano inseriti nelle calze o nelle scarpe insieme ai dolci, in ricordo, appunto, del rinnovamento stagionale, ma anche dei propiziatori fantocci bruciati.
Befana di notte in un paesaggio di mare. In realtà il profilo è più da strega.
Da qui l’usanza della calza in cui i bimbi trovavano frutta fresca o secca e qualche piccolo dolciume se erano stati bravi, il temuto carbone se erano stati discoli, adottata anche dalla chiesa cattolica.
In ogni caso niente regali perché quelli venivano dispensati a S. Lucia (13 dicembre) e/o a Natale.
E a tavola come si celebrava?
come recita l’antico adagio “Epifàgna, gianca lasagna” a Genova erano d’obbligo le lasagne bianche intese come impasto di sola acqua e farina senza uovo, bollite (ma non cotte al forno) e condite con il pesto.
“Mandilli al pesto”. Foto di Leti Gagge.
Insomma la classica pasta genovese molto simile ai tradizionali mandilli de saea.
Si proseguiva poi con il pesce bollito e l’immancabile Cappon Magro in una versione però molto più essenziale di quella odierna, priva di gelatina e con la salsa verde, per non occultare il sapore del pesce, servita a parte.
Cappon Magro dei giorni nostri. Foto e preparazione di Nicola Bellebuono.
Si concludeva infine come per tutte le feste con un brindisi e una fetta di Pandolce.
In copertina befane al Porto Antico nel 2019. Foto di Giulio Gazzale
Nell’oratorio attiguo alla chiesa della Santissima Concezione in Piazza dei Cappuccini, meglio nota come del Padre Santo, si trova uno dei presepi più amati dai genovesi.
Particolare della Natività.
Tale ambientazione venne allestita per la prima volta nel 1842: i personaggi sono sparpagliati in un classico borgo nostrano impreziosito sullo sfondo da una scenografia di monti con uno scorcio di mare all’orizzonte.
La tradizione che vuole le principali statuine riconducibili al Maragliano, o quanto meno alla sua bottega, non trova in realtà riscontro oggettivo nei documenti dei Cappuccini.
Anzi le figure di dimensioni e gli abiti di fogge varie, per quanto pregevoli, lasciano ipotizzare fatture e genesi diverse.
Il presepe nella fase notturna s’illumina.
Da recenti studi è apparsa infatti plausibile la paternità di un altro meno noto esponente settecentesco della scultura genovese di nome Giulio Casanova.
A conferma di tale ipotesi è la presenza ricorrente di tale artista, associata ad altre opere, negli archivi del complesso religioso stesso.
Oltre a quelle del Casanova degni di attenzione sono in particolare alcuni manichini lignei di scuola napoletana e alcune sculture di animali provenienti dal presepe Brignole -Sale, custodito quasi integralmente nel convento delle Brigoline in Viale Centurione Bracelli, a Marassi.
Fra queste risalta in primo piano la figura di un asino caduto e disobbediente e sordo agli ordini del suo padrone.